lunedì 26 agosto 2024

Luciano Floridi 

Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale

Raffaello Cortina Editore, 2020, pp. 151

 

Luciano Floridi è una personalità anomala nel panorama filosofico. Professore ordinario di Filosofia ed etica dell’informazione ad Oxford, dove dirige anche il Digital Ethics Lab, professore di Sociologia della comunicazione all’Università di Bologna; insomma ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte a un tipico filosofo analitico, centrato sui problemi del linguaggio e della logica. Invece, sin dalle prime battute del testo, ci accorgiamo che siamo ben lontani dal riduzionismo logico-linguistico degli analitici e che l’autore intende misurarsi sia con i grandi problemi classici della filosofia, sia con i nuovi problemi posti dall’informatica e dalle tecnologie digitali (La quarta rivoluzione, per dirla col titolo di un altro, più celebre testo di Floridi, per i tipi dello stesso editore), in modo classicamente filosofico, rifuggendo da quello che egli chiama “il vandalismo alla Hume”, ovvero l’idea che se un libro non contiene ragionamenti astratti, matematici, né ragionamenti empirici, fondati sull’esperienza, allora tratta solo di sofismi e illusioni (p. 28). Al contrario, se “le domande empiriche e logico-matematiche sono in linea di principio domande chiuse, […] le domande filosofiche sono in linea di principio domande aperte” (p. 25), “a cui non si può rispondere in chiave empirica o logico-matematica per mezzo di osservazioni e calcoli, anche dopo che tutti i rilevanti calcoli e osservazioni siano stati posti in essere e le risposte formulate” (p. 26)

Il significato di risposta aperta e la discussione alle obiezioni su tale concetto sono oggetto della interessante trattazione del primo capitolo del libro.

Floridi comunque ritiene giustamente che la filosofia, contrariamente a quanto sostenuto da taluni, non possa esaurirsi nel porre delle domande. Essa è amore per il sapere e il capire, e “per sapere e capire bisogna porre le domande giuste, in modo da avere risposte rilevanti e significative” (p. 10). Il secondo capitolo del libro è incentrato su questo, “che cos’è una risposta filosofica”.

Qui si entra in un campo di una qualche tecnicalità logica, dove viene discusso in particolare il metodo dei livelli di astrazione e vengono affrontati, alla luce di tale metodo, i problemi della telepresenza e della identità diacronica. In proposito, mi permetto di osservare che, mentre il primo è affrontato in maniera convincente, sulla discussione del secondo nutro qualche riserva, dal momento che mi pare difficile trattare tale questione astraendo del tutto dalla coscienza e dalla memoria.

Il terzo capitolo è dedicato alla filosofia come design concettuale (che è anche il sottotitolo del libro), ed è la vera e propria pars construens. Floridi comincia col contestare la lunga tradizione filosofica, a partire da Platone, ispirata all’idea “di fondare la conoscenza umana sull’approccio orientato all’utente”, inconsueta espressione con cui l’autore intende qualificare quelle teorie che sostengono che conosce meglio un oggetto chi lo usa piuttosto che chi lo costruisce (il pilota e non il costruttore di una nave, per esempio, per dirla con un celebre passo platonico del Cratilo) e in generale “la prospettiva passiva, mimetica”, senza, d’altro canto, cadere nell’opposta strategia adottata dall’idealismo romantico e dal costruttivismo postmoderno, radicalmente antirealistica. A questi Floridi contrappone il costruzionismo, che non è né un realismo né un costruttivismo, “poiché la conoscenza non descrive né prescrive come il mondo sia, ma l’iscrive” (p. 101). E’ difficile rendere in poche righe e in questa sede la complessità della proposta. Ci limitiamo a qualche cenno parziale.

La proposta costruzionista “affonda le proprie radici sia nella tradizione filosofica sia sulle teorie e pratiche computazionali”(p. 118). La tradizione filosofica è quella, ad es. di Bacone (conoscenza per cause, importanza della tecnologia), e quella di Vico e Hobbes, scettici sulla nostra capacità di conoscere la natura intrinseca della realtà (che non abbiamo fatto noi) e quindi di costruire una vera scienza della natura, mentre è possibile conoscere solo ciò che è costruito dall’uomo stesso, come la politica e le scienze sociali. Ma la vicenda della scienza moderna sembra contraddire quest’idea, dal momento che le scienze umane e sociali sembrano avere uno statuto epistemologico più debole delle scienze della natura. Inoltre, questa prospettiva sembra in contrasto con l’idea che la filosofia si debba occupare dei grandi problemi e delle grandi domande, comprese quelle metafisiche, che mi pare rientrino, anche per l’autore, tra quelli legittimamente discussi dalla tradizione filosofica, se ho capito bene la sua posizione.

Conclude il libro un capitolo relativo a cinque lezioni filosofiche sulla scorta del lascito intellettuale di Alan Turing.

24 marzo 2022



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