Pensare
l’infosfera. La filosofia come design concettuale
Raffaello Cortina Editore, 2020,
pp. 151
Luciano Floridi è una personalità
anomala nel panorama filosofico. Professore ordinario di Filosofia ed etica
dell’informazione ad Oxford, dove dirige anche il Digital Ethics Lab,
professore di Sociologia della comunicazione all’Università di Bologna; insomma
ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte a un tipico filosofo analitico,
centrato sui problemi del linguaggio e della logica. Invece, sin dalle prime
battute del testo, ci accorgiamo che siamo ben lontani dal riduzionismo
logico-linguistico degli analitici e che l’autore intende misurarsi sia con i
grandi problemi classici della filosofia, sia con i nuovi problemi posti
dall’informatica e dalle tecnologie digitali (La quarta rivoluzione, per dirla
col titolo di un altro, più celebre testo di Floridi, per i tipi dello stesso
editore), in modo classicamente filosofico, rifuggendo da quello che egli
chiama “il vandalismo alla Hume”, ovvero l’idea che se un libro non contiene ragionamenti
astratti, matematici, né ragionamenti empirici, fondati sull’esperienza, allora
tratta solo di sofismi e illusioni (p. 28). Al contrario, se “le domande
empiriche e logico-matematiche sono in linea di principio domande chiuse, […]
le domande filosofiche sono in linea di principio domande aperte” (p. 25), “a
cui non si può rispondere in chiave empirica o logico-matematica per mezzo di
osservazioni e calcoli, anche dopo che tutti i rilevanti calcoli e osservazioni
siano stati posti in essere e le risposte formulate” (p. 26)
Il significato di risposta aperta e
la discussione alle obiezioni su tale concetto sono oggetto della interessante
trattazione del primo capitolo del libro.
Floridi comunque ritiene
giustamente che la filosofia, contrariamente a quanto sostenuto da taluni, non
possa esaurirsi nel porre delle domande. Essa è amore per il sapere e il
capire, e “per sapere e capire bisogna porre le domande giuste, in modo da
avere risposte rilevanti e significative” (p. 10). Il secondo capitolo del
libro è incentrato su questo, “che cos’è una risposta filosofica”.
Qui si entra in un campo di una
qualche tecnicalità logica, dove viene discusso in particolare il metodo dei
livelli di astrazione e vengono affrontati, alla luce di tale metodo, i problemi
della telepresenza e della identità diacronica. In proposito, mi permetto di
osservare che, mentre il primo è affrontato in maniera convincente, sulla
discussione del secondo nutro qualche riserva, dal momento che mi pare
difficile trattare tale questione astraendo del tutto dalla coscienza e dalla
memoria.
Il terzo capitolo è dedicato alla
filosofia come design concettuale (che è anche il sottotitolo del libro), ed è
la vera e propria pars construens. Floridi comincia col contestare la lunga
tradizione filosofica, a partire da Platone, ispirata all’idea “di fondare la
conoscenza umana sull’approccio orientato all’utente”, inconsueta espressione
con cui l’autore intende qualificare quelle teorie che sostengono che conosce
meglio un oggetto chi lo usa piuttosto che chi lo costruisce (il pilota e non
il costruttore di una nave, per esempio, per dirla con un celebre passo
platonico del Cratilo) e in generale “la prospettiva passiva, mimetica”, senza,
d’altro canto, cadere nell’opposta strategia adottata dall’idealismo romantico
e dal costruttivismo postmoderno, radicalmente antirealistica. A questi Floridi
contrappone il costruzionismo, che non è né un realismo né un costruttivismo,
“poiché la conoscenza non descrive né prescrive come il mondo sia, ma l’iscrive”
(p. 101). E’ difficile rendere in poche righe e in questa sede la complessità
della proposta. Ci limitiamo a qualche cenno parziale.
La proposta costruzionista “affonda
le proprie radici sia nella tradizione filosofica sia sulle teorie e pratiche
computazionali”(p. 118). La tradizione filosofica è quella, ad es. di Bacone
(conoscenza per cause, importanza della tecnologia), e quella di Vico e
Hobbes, scettici sulla nostra capacità di conoscere la natura intrinseca della
realtà (che non abbiamo fatto noi) e quindi di costruire una vera scienza della
natura, mentre è possibile conoscere solo ciò che è costruito dall’uomo stesso,
come la politica e le scienze sociali. Ma la vicenda della scienza moderna
sembra contraddire quest’idea, dal momento che le scienze umane e sociali
sembrano avere uno statuto epistemologico più debole delle scienze della
natura. Inoltre, questa prospettiva sembra in contrasto con l’idea che la
filosofia si debba occupare dei grandi problemi e delle grandi domande,
comprese quelle metafisiche, che mi pare rientrino, anche per l’autore, tra
quelli legittimamente discussi dalla tradizione filosofica, se ho capito bene
la sua posizione.
Conclude il libro un capitolo
relativo a cinque lezioni filosofiche sulla scorta del lascito intellettuale di
Alan Turing.
24 marzo 2022

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