Il 2022 è pieno di ricorrenze letterarie: il centenario della pubblicazione dell’Ulisse di Joyce, il centenario della nascita di Pasolini, ma anche il centenario della morte di Proust; e la pubblicazione dell’ultimo romanzo di Houellebecq. Accostare i romanzi di questi due scrittori francesi famosi, ma distanti cent’anni, può risultare piuttosto curioso e spiazzante, tanto più se si considera la diversità di tematiche, di stile, di pensiero. Ma misurare tale distanza può essere istruttivo.
Sodoma e Gomorra, quarto volume della Recerche, è
anche l’ultimo pubblicato vivente l’autore. Ho postato, accanto alla copertina,
una pagina del libro che mi consente di soffermarmi su due soli aspetti (una
recensione più ampia richiederebbe molte pagine): lo stile di Proust e lo
specifico di questo volume, ovvero il tema dell’omosessualità.
1. Lo stile. Leggere Proust richiede
pazienza e fatica, ma restituisce anche godimento e conoscenza. Pazienza e
fatica perché, notoriamente, il periodo proustiano è di solito lunghissimo,
articolato, di struttura ipotattica stratificata, con molte subordinate e
subordinate di subordinate. Il suo lessico è ricco, vario e pieno di
preziosismi. La sua pagina zeppa di digressioni. Per questo la lettura non può
che essere lenta, per consentire una digestione adeguata del materiale. Ho
impiegato tre mesi per leggere il volume, mentre in una settimana ho esaurito
l’altrettanto lungo, ma molto più agevole romanzo di Houellebecq, che invece
scorre veloce e senza eccessivi intoppi.
2. L’omosessualità. Sodoma e Gomorra richiama naturalmente il luogo biblico e il tema è
focalizzato in questo, molto più che in altri volumi della Recerche, trattando delle vicende di un personaggio chiave del
libro, il barone di Charlus, un omosessuale omofobo, verrebbe da dire, ovvero
un uomo che dissimula le sue tendenze dietro una cortina di machismo
aristocratico. L’analisi è, come al solito in Proust, sottile, raffinata,
psicologicamente profonda e articolata, peraltro complicata dalla esigenza di dissimulazione
delle tendenze dello stesso autore. Il lessico è però quello del tempo e gli
omosessuali sono spesso chiamati invertiti, benché Proust si astenga da un
atteggiamento esplicitamente omofobico come quello di Charlus. C’è da chiedersi
come mai la Recerche non sia finita
ancora sotto la mannaia delle recenti voghe woke. O forse sì, chissà.
Houellebecq, come già detto, scorre
invece veloce. La macchina narrativa intreccia la vita del protagonista (e dei
membri della sua famiglia), la sua attività come consulente di un noto e
importante ministro, le vicende della politica francese e delle elezioni
presidenziali nel futuro 2027, le attività di uno strano e indecifrabile gruppo
terroristico, la malattia del padre e le vicende del trattamento dei malati terminali,
la malattia finale dello stesso protagonista.
E, naturalmente, le vicende narrate
offrono spesso lo spunto per riflessioni politico-filosofiche, ma prive di
pretenziosità, formulate nel linguaggio di un uomo colto medio (come il
protagonista), con la tecnica talora del discorso indiretto libero, che
consente di articolare il pensiero dell’autore nei termini del pensiero del
protagonista. Per esempio, parlando della religione wicca, in cui era coinvolta
la moglie, così si esprime Paul: “Doveva essere una roba più o meno pagana, se
non panteista o politeista, faceva confusione tra le due cose, insomma una roba
vagamente ripugnante, alla Spinoza. Già un solo Dio gli pareva difficile da
conciliare con la sua esperienza personale; ma con più divinità la cosa
degenerava in burla, e l’idea di divinizzare la natura gli dava addirittura il
voltastomaco” (pp. 151-152).
Talvolta la riflessione si fa ancor più
esplicitamente ironica. Sempre in tema di divinità, per esempio: “Se Dio
esisteva veramente, come pensava Cécile, avrebbe potuto dare maggiori
indicazioni su come la vedeva, Dio era un pessimo comunicatore, un simile grado
di dilettantismo non sarebbe stato ammesso in ambito professionale” (p. 166).
Un tema ricorrente sono i sogni del
protagonista, che però riesce spesso difficile collegare ai temi della trama,
ma che consentono curiosi effetti narrativi di paradossale ironia, come il
seguente cruccio del protagonista contro l’ideatore del sogno: “A quel punto
della notte Paul se l’era presa furiosamente con l’ideatore del sogno: quella
storia dei piani di realtà paralleli poteva essere interessante in teoria, gli
diceva, ma non per questo nella realtà, nella realtà del sogno cioè, aveva
provato un rimpianto meno doloroso per aver perso la sua amante russa; l’ideatore
del sogno se ne mostrava dispiaciuto, senza peraltro presentargli davvero le
sue scuse” (p. 206).
Altrove le riflessioni prendono una
piega più tragica e pessimistica, che siano sul ciclo della vita umana (p. 277)
o sulla rimozione della malattia in Occidente e sull’eutanasia (pp. 258 e
662-63), dove emergono le posizioni dell’autore sulle tendenze nichilistiche
della nostra civiltà che, insieme con la malattia mortale del protagonista,
rendono il finale del libro piuttosto angosciante e triste.
Un’unica perplessità sulla macchina
narrativa riguarda il filone degli attentati terroristici, che restano un
enigma irrisolto.
9 marzo 2022


Nessun commento:
Posta un commento