lunedì 20 aprile 2026

Giuliano da Empoli
Il Mago del Cremlino
Mondadori, pp. 273

La messinscena del potere nell’abisso russo
C’è un momento preciso, nelle pagine de Il Mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa demonologia. Se con Cormac McCarthy avevamo esplorato il vuoto metafisico di un mondo post-apocalittico, con Da Empoli entriamo in un’apocalisse diversa: quella della verità, orchestrata nel cuore di tenebra della Mosca contemporanea.

Il protagonista, Vadim Baranov — alter ego letterario del "regista" di Putin, Vladislav Surkov — ci conduce per mano lungo i corridoi del potere, svelandoci che il destino della Russia non è un incidente della storia, ma una recita millenaria.


L’oscillazione dell’anima: tra amore per il fango e desiderio d’Occidente
Il cuore del romanzo batte nella contraddizione insanabile di Baranov. Da un lato, c’è l’amore viscerale per la Russia, un sentimento che si nutre della convinzione che il destino del Paese sia l’autocrazia. Per Baranov, l'autorità non è una scelta, ma l'unico argine possibile al caos ancestrale che minaccia di inghiottire la steppa. Tuttavia, questa adesione ideologica convive con un’attrazione quasi erotica per l’Occidente.

Questa tensione esplode quando arrivano le sanzioni: il divieto di viaggiare in Europa non è solo un limite burocratico, ma una ferita identitaria. È il momento in cui l'architetto del potere si rende conto che la fortezza che ha contribuito a costruire è anche la sua prigione, e che il "mondo libero" che disprezza nei suoi discorsi pubblici è lo stesso di cui brama l'estetica e la libertà privata.


Il peso della Storia: da Ivan il Terribile a Stalin
Da Empoli affonda la lama nella psicologia collettiva russa citando le radici profonde del potere. A pagina 45, il destino autocratico viene presentato come l'eredità ineludibile di Ivan il Terribile: la Russia non cerca un amministratore, cerca un padrone che sappia incarnare il sacro e il terribile.

Questa necessità di una guida d'acciaio trova conferma nello scioccante sondaggio citato a pagina 72, dove Stalin emerge come l'eroe più amato. Non è una nostalgia per l'ideologia comunista, ma per la grandezza che nasce dal terrore. In Russia, la lotta per il potere non è — come sottolineato a pagina 95 — uno scontro tra squadre di economisti come avviene in Occidente. Non è una questione di decimali o di welfare; è una questione mitologica, un rito di sangue e di forza che sfugge alla comprensione razionale delle democrazie liberali.

 

La politica come spettacolo e la rivincita dei guerrieri
Una delle intuizioni più fulminanti (p. 146) è il paragone tra i processi staliniani e una mega-produzione hollywoodiana. Il terrore ha bisogno di una regia, la violenza di una sceneggiatura. Il Cremlino di Baranov diventa uno studio televisivo dove la realtà viene manipolata per creare un "effetto verità" che prescinde dai fatti.

In questo scenario, emerge una costante storica: in Russia i mercanti non hanno mai comandato. Il libro ricorda come i brevi intermezzi in cui il denaro ha provato a farsi legge (dopo il febbraio 1917 e negli anni '90) siano stati percepiti come periodi di caos intollerabile. Il potere russo appartiene ai guerrieri, non ai bottegai. Lo Zar non nasce dal consenso economico, ma dalla guerra: è sul conflitto che l’impero si fonda e si mantiene (p. 241), trovando nella strategia del caos alimentata nel Donbass e contro l'Occidente (pp. 178 e 210) il suo naturale combustibile.


La distopia della tecnica e il ritorno all'umano
Verso la fine, il romanzo vira verso una profezia inquietante. Nel capitolo 30, Da Empoli delinea un futuro dominato dalla tecnica, dove l'algoritmo sostituisce la volontà e il controllo diventa totale, invisibile, algido. È la fine della politica come l'abbiamo conosciuta, sostituita da una gestione dei flussi di rabbia e informazione.

Eppure, in questo deserto di cinismo e propaganda, l’autore ci regala un’ultima, fragilissima nota di tenerezza. Nel capitolo finale, Baranov, ormai ritiratosi dalla scena, si ritrova con la sua piccola figlia. È l’unico momento in cui la maschera cade, in cui il "Mago" torna uomo, suggerendo che forse, nonostante la messinscena globale del potere, l'unica verità autentica risieda in quei legami minimi e privati che nemmeno lo Zar può controllare del tutto.

Perché leggerlo: Il Mago del Cremlino non è solo un libro sulla Russia, ma uno specchio deformante che ci interroga sulla fragilità delle nostre democrazie e sulla perenne attrazione del genere umano per la forza bruta travestita da destino.

20 aprile 2026



 

giovedì 26 febbraio 2026

Cormac McCarthy

​La strada

Einaudi, pp. 218.

E’ il secondo romanzo di McCarthy che leggo e recensisco sul blog. Avevo recensito Il passeggero, romanzo molto diverso da questo, sotto vari profili. L’incipit di quella recensione era: “Una lettura difficile ed esaltante”. Di questa si può dire: una lettura desolante e magnetica.

Desolante. Perché McCarthy ci scaraventa in un mondo post-apocalittico privo di spiegazioni e di speranza metafisica.

  1. L’essenzialità del racconto: A differenza de Il passeggero, dove la trama è una matassa intricata di sottotesti, qui la vicenda è ridotta all'osso: un padre e un figlio camminano verso sud in un’America ridotta a un cumulo di cenere, cercando di sopravvivere alla fame e ai "cattivi" (cannibali, predoni). Non sapremo mai cosa ha causato la catastrofe; non conta il "perché", conta solo il "resistere".
  2. La scrittura: Ritroviamo lo stile inconfondibile di McCarthy, ma portato all'estremo della depurazione. Dialoghi ridotti a monosillabi, assenza di punteggiatura convenzionale, una prosa che sembra scolpita nella pietra. Se ne Il passeggero la difficoltà risiedeva nell'eccesso di informazioni e linguaggi tecnici, qui risiede nel vuoto, nel silenzio assordante che circonda i personaggi.
  3. L’assenza di nomi: I protagonisti sono semplicemente "l'uomo" e "il bambino". Questa scelta universalizza il dolore e la lotta, trasformando il romanzo in una sorta di parabola laica o di epopea biblica svuotata di Dio.
  4. Il contrasto emotivo: Mentre ne Il passeggero ci muovevamo tra i fantasmi della schizofrenia e le equazioni fisiche, qui ci muoviamo tra i resti carbonizzati della civiltà. L'orrore è esplicito, fisico, quotidiano.

Magnetica. Perché McCarthy riesce a estrarre una bellezza straziante dal nulla assoluto. La precisione chirurgica con cui descrive la cenere, il freddo e il riverbero della luce grigia è alta letteratura. È un libro che interroga direttamente l’istinto primordiale della cura: perché continuare a camminare? Perché "portare il fuoco"? Il rapporto tra padre e figlio è l'unica scintilla di calore in un universo termicamente morto, un legame che brilla per contrasto contro il buio della fine del mondo.

Un esempio di dialogo minimale e assoluto:

​"Ce la caveremo, papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Perché noi portiamo il fuoco. Sì."

​Laddove il "fuoco" non è solo la fonte di calore materiale, ma una metafora etica, l'ultima traccia di umanità rimasta in un mondo che ha smesso di essere umano.

A differenza de Il passeggero, dove la narrazione è esplosiva, enciclopedica e colma di divagazioni (come la splendida sezione su Kennedy o le dispute sulla meccanica quantistica), La strada è un romanzo implosivo. Se lì il mistero era protetto da un muro di parole e teorie, qui il mistero è il silenzio di un mondo che non ha più nulla da dire. Eppure, entrambi i romanzi condividono quella stessa visione "estrema" dell'esistenza: l'uomo di fronte all'irrimediabile, sia esso il suicidio di una sorella geniale o la fine di ogni forma di vita biologica.

26 febbraio 2026



domenica 15 febbraio 2026

Umberto Eco
Il cimitero di Praga
La nave di Teseo, pp. 558.

E' il sesto romanzo di Umberto Eco, e  il quarto che leggo. Il primo, Il nome della rosa, è noto a tutti, anche grazie alle due versioni cinematografiche. Il secondo, Il pendolo di Foucault, lo ricordo bene e, per certi versi, ha parecchie somiglianze con questo che sto recensendo. Di Baudolino non ho praticamente memoria. Del presente sono certo invece che me ne rimarrà, se non altro per l'argomento (variazioni in tema di presunti complotti e falsi documenti, fino ai Protocolli dei Savi di Sion) e per le vicende storiche narrate (dalla Carboneria ai Mille, al '48 e alla repubblica Romana, a Napoleone III, alla guerra franco-prussiana e alla Comune di Parigi, all'affare Dreyfus e altro ancora). E il bello è che, come ci avverte nella nota finale lo stesso autore, o meglio il Narratore, tutti i personaggi della storia (salvo pochi minori) sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono nel romanzo. Il solo inventato è il protagonista, Simone Simonini (ma non suo nonno), il quale però rappresenta un collage di figure diverse che fecero e dissero le cose che fa il protagonista del romanzo. Dunque, siamo di fronte a una rielaborazione e narrazione romanzata di fatti storici che hanno segnato gran parte del XIX secolo e, per le conseguenze, anche del XX.
Simonini è figlio di un patriota italiano morto nella difesa della Repubblica Romana del '49 e quindi allevato dal nonno, che è l'opposto del padre, un legittimista cattolico reazionario che educa il nipote nell'odio di rivoluzionari, massoni ed ebrei. Egli inizia la sua carriera presso un notaio falsario, di cui prende il posto affinando virtuosisticamente l'arte del falso: all'inizio falsi testamenti olografi, poi falsi documenti per servizi segreti di vari governi, talora in contrasto tra loro, fino all'elaborazione di variazioni di uno stesso canovaccio (un documento comprovante il piano segreto per il dominio del mondo, ora attribuito alla Massoneria, ora ai Gesuiti, ora agli ebrei). A tal fine, e per raccogliere informazioni di prima mano, si intrufola nel mezzo di ambienti al centro di vicende storiche: la Carboneria, la spedizione dei Mille, la Parigi del '48 e del Secondo Impero, la Comune, i salotti dei dreyfusardi e degli antidreifusardi, talora nella veste autentica del capitano Simonini, talaltra con vari camuffamenti, soprattutto nella veste di un religioso, l'Abate Dalla Piccola.
La narrazione è effettuata su un triplice livello. Parte da un diario di Simonini, che rievoca le vicende della sua vita nel tentativo di riacquistare la memoria che sembra aver perso, almeno di pezzi importanti della sua biografia. Talora però, inspiegabilmente, tali racconti vengono letti e corretti o integrati da un'altra penna, quella dell'Abate Della Piccola, che sembra avere accesso al diario di Simonini, perché, si scopre poi, abita in un appartamento contiguo, collegato con questo da un corridoio segreto, e anche lui affetto da vuoti di memoria. Ma quando l'uno cerca di incontrare l'altro, quest'ultimo manca sempre. Sicché entrambi sono incerti se sono la stessa persona, ignara della doppia personalità, o due diverse persone che non riescono a dipanare il mistero dell'intreccio delle loro vite. Questa alternanza di pagine scritte ora dall'uno ora dall'altro è integrata talora da capitoli scritti dal Narratore, per mettere ordine nel racconto quando questo si fa ingarbugliato o lacunoso. Dunque, due narratori protagonisti delle vicende più uno esterno, che però si limita solo a ricostruire sulla base degli scritti dei primi due.
Dopo una breve introduzione del Narratore, il romanzo si apre con un capitolo scoppiettante in cui il protagonista, nel tentare di rammentare chi è, esordisce con una serrata invettiva contro tutte le categorie di persone che odia visceralmente, mettendone in risalto, con sarcasmo e parossistica misantropia, tutti i difetti caratteristici (a suo dire): innanzitutto gli ebrei, ma anche i tedeschi, i francesi, gli italiani, i preti, i comunisti, i massoni, i gesuiti, le donne, gli invertiti. Pagine letterariamente assai godibili.
Il tema non è nuovo, nella narrativa di Eco. Si pensi al Pendolo di Foucault, dove già metteva in ridicolo l'ossessione dei complottisti e delle sette segrete.
Tuttavia, se c'è qualcosa che stona nella narrativa di Eco è il fatto che anche le peggiori tragedie storiche alla fine sono trattate nel tono della commedia, non si avverte mai il peso grave della storia, ma solo il ridicolo anche dei personaggi più luciferini. Per questo la mia memoria mi ha rimandato a una famosa recensione di Pietro Citati al Pendolo di Foucault in cui il critico diceva che Eco era sostanzialmente un "gran buffone dell'intelligenza", "un giocoliere", dal momento che il romanzo era un accumulo di erudizione fine a se stessa, di citazioni senza vera sostanza narrativa. Anche in questo romanzo assistiamo spesso alla lunga elencazione di varie categorie delle cose più disparate, per esempio di piatti della cucina francese d'alto bordo, tanto per ostentare erudizione senza necessità; o "al gioco con i misteri del mondo per il gusto di smontarli in modo meccanico", attraverso l'esibizione della scienza semiologica. E al termine, nella succitata nota esplicativa, Eco non ci risparmia nemmeno una lezioncina narratologica sulla discrasia tra story e plot e tra fabula e intreccio, e, per il lettore di "non fulmineo comprendonio", una tabella riassuntiva ed esplicativa dei due livelli. Imbarazzante alterigia professorale.

14 febbraio 2026



venerdì 6 febbraio 2026

Marcello Veneziani
Nietzsche e Marx si davano la mano.
Vita, intrecci e pensiero di due profeti che sconvolsero il mondo
Marsilio 2025, pp. 240.

Partendo da un incontro immaginario dei due pensatori in una locanda di Nizza il 5 maggio del 1882, Marcello Veneziani traccia il profilo biografico e intellettuale di Marx e Nietzsche, definendo per linee concentriche convergenze e divergenze, coerenze e contraddizioni, fallimenti e profezie avveniristiche. 
"In principio era l'azione, dice il Faust di Goethe, e Marx e Nietzsche sono figli di Faust" (p. 25). Entrambi furono pensatori col martello, ma lo usarono per prospettive differenti: "Marx poggiò il suo pensiero su Hegel e sulla storia, nuova divinità del mondo nel suo necessario divenire; Nietzsche attinse da Schopenhauer e ritrovò nella natura la volontà di potenza oltre la volontà di vivere" (pp. 31-32).
Pensatore rivoluzionario, Marx fa della rivoluzione "una categoria ideale e universale, una promessa di salvezza una prospettiva epocale [...]. Marx da morto cambiò il mondo, travolse l'esistente anche se fallì tragicamente il suo progetto di società futura" (p. 80). Pensatore epocale che ha inciso sul corso degli eventi, dando agli oppressi la speranza di una vita migliore, e "se il bilancio storico del marxismo al potere fu disastroso, diverso è il bilancio sul piano psicologico, ideale e morale almeno per quanto riguarda i militanti e credenti nel marxismo. Marx lasciò un'impronta titanica nella vita dei popoli" (Ibidem).
Con Nietzsche cambiamo prospettiva; egli non annuncia una rivoluzione sociale, ma antropologica, non la speranza per gli oppressi ma la rinascita di una nuova stirpe aristocratica. Tutto parte dall'annuncio della morte di Dio e dalla constatazione del conseguente nichilismo. "Chi colmerà il vuoto di Dio? L'uomo, per Nietzsche, dovrà farsi eroe, genio, titano, sovrumano, e sarà il senso della terra" (p. 86). Nietzsche non è tanto un filosofo, quanto un "biosofo, cioè un pensatore della vita e della saggezza di vivere" (p. 100). 
Il nichilismo non è scoperta nicciana. Il primo a intuirlo fu Goethe, e poi Jacobi, e Leopardi, soprattutto Max Stirner, e ancora Turgenev e Dostoevskij. "Nietzsche dunque non scoprì né battezzò il nichilismo ma fu il primo ad annunciarlo come destino dell'umanità" (p. 108), distinguendo poi un nichilismo passivo e uno attivo, ovvero "l'accresciuta potenza dello spirito, [...] la capacità di volgere la forza di distruzione in energia creativa" (p. 110).
Veneziani analizza poi quelle che definisce le quattro colonne del pensiero nicciano: il Superuomo (o Oltreuomo), la Volontà di potenza, l'Amor Fati e l'Eterno Ritorno (pp. 111 sgg.), senza nasconderne le interne contraddizioni: "Le due coppie compongono un doppio ossimoro, tra volontarismo e fatalismo; e la loro impraticabile convivenza rende il pensiero di Nietzsche dilaniato dal vitalismo tragico, irrisolto tra le due direzioni, tra libertà e fato" (p. 118). Né Veneziani nasconde i tratti crudeli che il superuomo assume soprattutto nell'ultimo Nietzsche, al di là del bene e del male (cfr. p. 115).
Marx e Nietzsche vogliono entrambi rovesciare il mondo, ma il primo vuol rovesciare il potere capitalistico e borghese, il secondo la morale, i valori e il predominio della ragione (p. 124). Alla triade mazziniana 'Dio, patria e famiglia', Marx contrappone umanità, classe e rivoluzione; Nietzsche eroe, aristocrazia, trasvalutazione (p. 127). Entrambi contro ogni tradizione. Hanno come comune nemico il filisteo, il prototipo del conformista pseudo-colto, borghese, benestante, tedesco, sono entrambi pensatori del conflitto, ma il primo del conflitto di classe, il secondo del conflitto di valori. 
La loro eredità nel Novecento è stata per certi versi tradita o unilateralizzata, trasformandoli in simboli del Rosso e del Nero, trasformando il loro pensiero in catastrofi (fascismo e nazismo nicciani e comunismo staliniano marxista), lasciando una scia tragica di sangue (cfr. capitolo V). Ma senza dimenticare le mescolanze dei due, a cominciare da Sorel, che influenzò sia Mussolini che Lenin. E dopo la fine dei totalitarismi? Alla fine chi ha vinto tra i due? "Almeno finora, hanno perso ambedue, perché lo scettro del dominio e della ricchezza non è nelle mani degli uomini superiori che voleva Nietzsche e nemmeno del proletariato che voleva Marx. Ha vinto la tecnica, di cui i tecnocrati sono cursori ed esecutori, non padroni né guide. Non ha vinto l'azione proletaria né l'azione eroica ma l'azione in Borsa e l'agire tecnico" (pp. 203-4).
E con questo veniamo a qualche considerazione critica. Veneziani è uno scrittore e saggista di valore, colto, arguto e con uno stile godibile. Lo si legge sempre con grande piacere apprendendo parecchio. Tuttavia ha, a mio parere, un limite, che gli deriva da una tara non rimossa della sua formazione giovanile, che in più di un'occasione ho avuto modo di contestargli anche personalmente: la mancanza di comprensione dell'economia, che gli impedisce anche una adeguata comprensione, ancorché critica, della modernità. Anche in questo saggio, pur nella puntuale analisi del pensiero dei due tedeschi, manca una analisi dei testi economici di Marx (Il Capitale, Teorie del plusvalore, Grundrisse, ecc.). Questo non gli consente di apprezzare appieno il significato del mercato e della società civile moderna, preferendo arroccarsi nei miti comunitari e nella polemica contro la tecnica, potenza impersonale, la mercificazione, l'individualismo, ecc., talo facendogli rasentare nostalgie di tipo pasoliniano.

6 febbraio 2026



domenica 18 gennaio 2026

Saul Bellow
Herzog
Mondadori, pp. 432

Herzog è uno scrittore e accademico ebreo americano che, a seguito del divorzio dalla seconda moglie, è colto da una nevrotica epistolomania, sicché in ogni dove si trova a scrivere lettere che non spedirà mai ad amici, parenti, personalità accademiche, politici, scrittori, filosofi, viventi e non, a cui pone domande, espone obiezioni e considerazioni, lancia imprecazioni e porge scuse, alla ricerca di un senso della vita e della sua identità. Tra i destinatari, oltre a ex mogli, figli, amici, amanti, psicoterapeuti, troviamo ad es. governatori, generali, presidenti degli Stati Uniti, filosofi come Heidegger, Teilhard de Chardin, Jouvenel, Nietzsche e persino Dio! 
Le vicende del protagonista indicano con evidenza che si tratta per molti versi dell'alter ego dello scrittore: un ebreo cresciuto in Canada e vissuto a lungo a Chicago, figlio di genitori emigrati dalla Russia, pluridivorziato, tradito dalla seconda moglie col suo migliore amico, ecc. Il racconto ondeggia tra l'epistolomania compulsiva che tratta rapsodicamente i più diversi argomenti, senza un filo logico, e intensi flashback biografici (e biografico-familiari) tra Pietroburgo, Egitto, Canada, Usa. 
Anche linguisticamente ci troviamo di fronte a frequenti incursioni di espressioni francesi, tedesche, russe, spagnole, ebraiche, yiddish (nelle varie versioni). Quasi ogni lettera dà il la a flashback biografici con andirivieni temporale e alternanza tra prima e terza persona. Il racconto, infatti, ha una caratteristica particolare: spesso è strutturato come un flusso di coscienza in terza persona (raccontato cioè dal narratore, non dal protagonista, come una sorta di erlebte Rede) che però passa repentinamente nella prima persona e poi di nuovo nella terza e così via. 
Della buffa nevrosi epistolare di  Herzog traspare però una profonda conoscenza dei maggiori filosofi, sociologi, psicologi, anche se le sue elucubrazioni oscillano tra pedanteria e acutezza non priva di ironia. "Caro Doktor Professor Heidegger, vorrei sapere cosa intende con l'espressione 'caduta nel quotidiano'. Quando ha avuto luogo questa caduta? Dove stavamo noi quand'è avvenuta?".
Non mancano pungenti stoccate ai tic radicali e alle "ambiguità degli intellettuali, e cioè il fatto che le persone civili odiano e detestano la civiltà che rende loro possibile la vita. Ciò che essi amano è una condizione umana immaginaria inventata dal loro stesso genio e che credono essere l'unica vera, l'unica umana realtà. Che strano! Ma la parte meglio trattata, la più favorita e la più intelligente di qualsiasi società è spesso la più ingrata".
Ma il dialogo immaginario con gli interlocutori affronta spesso temi filosoficamente e scientificamente anche molto complessi, sicché i densi riferimenti culturali delle lettere rendono il romanzo, peraltro molto godibile, talora abbastanza ostico per il lettore comune. In qualche tratto ricorda l'Ulisse di Joyce, da un personaggio secondario del quale peraltro è tratto il nome del protagonista.

18 gennaio 2026



mercoledì 3 dicembre 2025

Lev Tolstoj
Due ussari 
Einaudi, 1992, pp. 109

Si tratta di un racconto del giovane Tolstoj, pubblicato nel 1856, che narra di due generazioni di ussari, padre e figlio, conti Turbìn, capitati per caso in una cittadina della provincia russa, il primo nel 1828, il secondo vent'anni dopo, nel 1848. Il primo esuberante, violento, spendaccione, donnaiolo, ma anche generoso, al punto da malmenare un baro per restituire i soldi a un povero soldato che aveva perso tutto, anche il denaro del governo che custodiva, e dunque a rischio di suicidio; il figlio, invece, più educato e meno turbolento, ma piuttosto meschino, al punto da non aver scrupoli a spennare la padrona di casa che l'aveva generosamente ospitato. Quest'ultima è il trait d'union tra la prima e la seconda parte del racconto, in quanto aveva conosciuto Turbìn padre, da cui era stata sedotta e il cui ricordo era ancora vivo, in lei come nel fratello cavallerizzo, compagno d'armi del conte. Quando la compagnia di ussari del giovane Turbin giunge per caso nella stessa località, Anna Fjodorovna (questo il nome della padrona di casa) accoglie il giovane conte nella sua casa nel ricordo del padre. 
La vicenda è strutturata per mettere a confronto padre e figlio (questo era peraltro il titolo che Tolstoj avrebbe voluto dare al racconto, poi cambiato su suggerimento di Nekrasov), due caratteri, ma anche due generazioni e due epoche storiche, quella successiva alla guerra napoleonica e quella del '48; il tutto nella cornice di una simmetria perfetta (otto capitoli per parte). 
Certo, chi ha letto Guerra e pace, per esempio, potrebbe restare deluso, perché faticherebbe a trovare qui il grande affresco e la profondità e la finezza dell'analisi psicologica, ma si sbaglierebbe a comparare, in quanto parliamo di due epoche della vita dello scrittore (il giovane e il maturo) e due generi narrativi diversi (il racconto e il grande romanzo fluviale). Tolstoj è sempre Tolstoj e si riconosce facilmente nella capacità di rendere gli spaccati degli ambienti aristocratici e popolari, militari e civili, maschili e femminili.

3 dicembre 2025



giovedì 6 novembre 2025

Bjørn Lomborg
Falso Allarme
Perché il catastrofismo climatico ci rende più poveri e non aiuta il pianeta
Fazi Editore, pp. 412.

Lomborg è il presidente del think tank Copenhagen Consensus Center, ricercatore presso la Hoover Institution dell'Università di Stanford, commentatore televisivo di varie reti, oltre che editorialista di New York Times, Wall Street Journal, The Economist, The Guardian. Ha scritto vari altri libri sull'argomento. Falso allarme è diventato un best seller internazionale e lo merita tutto. La prima edizione è del 2020. Libro ricchissimo di documentazione e dati, lettura salutare nel tempo della ecoansia e del catastrofismo climatico, a cui di recente si è contrapposto un altrettanto letale negazionismo climatico radicale. Lontano da entrambi, Lomborg sostiene la tesi che il cambiamento climatico è un problema molto serio ma non è una minaccia apocalittica e, sulla base di dati statistici sul clima, modelli previsionali dei migliori scienziati, report dei team dell'Onu e approfondite analisi economiche, smonta gran parte  delle politiche green sinora seguite dalle autorità politiche (soprattutto gli ultimi accordi di Parigi), inefficaci, insostenibili e fallimentari.

Di recente, in un articolo sul New York Times, anche Bill Gates, che dal 2010 (in una celebre Ted) al 2021 (anno di pubblicazione di un suo libro catastrofista sul clima) era stato un capofila della corrente allarmista, ha rivisto le sue posizioni giungendo a conclusioni molto simili a quelle di Lomborg.

Il libro si compone di cinque parti. La prima, introduttiva, centrata sul clima di paura alimentato dal catastrofismo climatico, smonta l'interpretazione dei dati su cui si basa il falso allarme; la seconda analizza in dettaglio la situazione del cambiamento climatico; la terza dimostra l'inefficacia e il fallimento delle politiche climatiche attuali; la quarta espone invece le sue proposte per fronteggiare efficacemente la sfida; la quinta inserisce il tema nel contesto di tutte le altre sfide che il mondo deve fronteggiare.

Nella quarta parte illustra dunque le sue proposte, che sono: una tassa sul carbonio, l'innovazione tecnologica, l'adattamento, la geoingegneria e la crescita economica. 

Impossibile dar conto dettagliatamente delle analisi e delle proposte. Ho sottolineato passi importanti in quasi ognuna delle oltre 400 pagine del libro e mi trovo in imbarazzo a riportare qualche passo, perché tutti sono importanti, stimolanti e convincenti. Perciò il mio invito ai lettori è un vivo consiglio all'acquisto: è uno di quei libri che valgono assolutamente la pena di essere letti e che arricchiscono culturalmente anche al di là dello stretto argomento climatico, bensì pure per il quadro storico dei progressi e processi della modernità, della salute, dell'economia, della ricchezza e della povertà mondiali, ecc. che rovesciano le tante credenze alimentate dall'allarmismo mediatico nei campi più vari.

6 novembre 2025




Giuliano da Empoli Il Mago del Cremlino Mondadori, pp. 273 La messinscena del potere nell’abisso russo C’è un momento preciso, nelle pagin...