Il titolo è fuorviante e, in un certo senso, anche il nome dell'autore. Schopenhauer non scrisse mai un libello con quel titolo. Si tratta di una ricostruzione a posteriori di un progetto, peraltro controverso, tirando fuori dalle sue carte annotazioni, citazioni, pagine di diario. Un'introduzione dell'ottimo Franco Volpi ricostruisce tutta la vicenda. In ogni caso, è più una raccolta diaristica di note rivolte a se stesso, che un trattato per conoscere se stessi. L'esordio è potente e icastico: "Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è la massima che ha guidato la mia vita. La Volontà è infatti l'elemento assolutamente infimo e spregevole in noi: bisogna nasconderlo come si nascondono i genitali, benché siano entrambi le radici del nostro essere" (p. 29).
Ben presto però ci troviamo di fronte ad
annotazioni caratterizzate dall'ipertrofico senso di superiorità e dal
disprezzo per la massa dell'umanità, salvo i pochissimi che la pensano come
lui. "I pochi esseri superiori, nella misura in cui lo sono, debbono
essere stimati e onorati. Quanto agli altri, siamo nati per insegnare loro, non
per stare in loro compagnia" (p. 79).
Tuttavia, c'è una pagina rivelatrice
delle radici personali del suo pensiero, quando confessa di aver ereditato dal
padre l'angoscia, che lo ha reso anche ipocondriaco, ossessionato da bambino
dalla paura dell'abbandono, fissato per presunti complotti ai suoi danni e
timoroso di pericoli in realtà inesistenti (pp. 76-77).
Per quanto non si debba ridurre il
pensiero di un filosofo alle vicende della sua biografia, è difficile sottrarsi
alla tentazione di fronte ad esempi così clamorosi e da essi stessi confessati.
13 febbraio 2023

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