Arrivati al penultimo volume della Recherche, ci avviamo verso l'ultimo e la conclusione del romanzo più lungo della letteratura (occidentale?).
La fuggitiva è il primo dei volumi
pubblicati dopo la morte dell'autore e di cui egli non poté controllare la
stesura definitiva e le bozze.
A mio parere (si tratta di giudizi di
gusto personale, senza alcun valore critico) il più noioso. La lettura di
Proust, come abbiamo più volte ribadito, è impegnativa e faticosa, ma non priva
di soddisfazioni, soprattutto nelle parti dialogate, dove emerge l'esprit nel
più alto grado (insuperabile il volume sui Guermantes),
e nella penetrazione psicologica (grande soprattutto nella Strada di Swann). Tuttavia in questo volume le prime sono rarissime
(e in quelle rare emerge comunque la sua brillantissima capacità) e la seconda
è spesso soffocata dalle eccessive elucubrazioni dettate dalla patologica
gelosia del narratore e dall'eccessivo ricorso a digressioni che spesso
riescono artificiose ed estenuanti.
Approfittando del Natale, mi sono fatto
regalare qualche libro di critica proustiana, per cercare di rendere meno
soggettive le mie considerazioni. Ma non sono stato fortunato.
Il primo testo, quello di Orlando, è un
insieme di saggi ispirati a teorie marxiste, strutturaliste e freudiane, come
usava negli anni settanta, che si perdono in cervellotici modelli interpretativi
che aggiungono veramente poco alla comprensione e valutazione estetica del
testo.
Il secondo, quello di Citati, è tutto il
contrario: procede, alla maniera tipica dell'autore, all'illustrazione del
narratore e del romanzo attraverso un'empatica osmosi che finisce per sfumare e
annullare la distanza tra critico e scrittore analizzato, col rischio di
perdita di ogni oggettività critica e di creare confusione tra soggetto
(critico) e oggetto (letterario).
Affrontando l'ultimo e decisivo volume proustiano, spero di essere più fortunato anche con la critica. Si accettano consigli.
3 gennaio 2023


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