Ecco, nel primo capitolo, il povero,
ritirato e riservato Spinoza, molatore di lenti e rivoluzionario del pensiero,
maledetto dalla comunità ebraica, in quella Amsterdam fortunatamente
tollerante, in cui elaborerà il suo potente pensiero, stretto nella morsa
contraddittoria tra rivendicazione della libertà politica e affermazione del
più rigoroso determinismo filosofico. Qui vivrà per parecchio tempo anche il
suo principale riferimento filosofico, Cartesio, certo libero dagli affanni
economici di Spinoza, ma anche lui costretto a “procedere nascosto”, e che qui
si sentiva più al sicuro che in Francia di scrivere, corrispondere, far
circolare le sue idee e discutere coi suoi colleghi.
Ecco poi altri due grandi geni del
pensiero, il fondatore della fisica moderna Newton, tra Cambridge e Londra, e
il precocissimo e multiforme Leibniz, girovago al seguito di personaggi
politici o in proprio, tra Lipsia, dove si iscrisse appena quattordicenne
all’Università, Parigi, Hannover, Amsterdam, dove visitò Spinoza, Londra e
mille altri posti. Celebre la controversia tra i due geni sulla primogenitura
del calcolo infinitesimale. Pagani non risparmia qualche pennellata sui
contrapposti caratteri: Newton “era un soggetto intellettualmente arrogante,
collerico, un attaccabrighe stizzoso e vendicativo” (p. 100), impaziente nei
confronti di chi avanzava obiezioni alle sue teorie e, a dispetto del suo
essere un grande scienziato moderno, ossessivamente appassionato di alchimia
(p. 87). Leibniz, al contrario, “molto mondano, un arrivista ambizioso, un
incallito carrierista vanitoso” (p. 101), che si poggia su questa o quella figura
autorevole. E tuttavia di un genio tale da far dire a Diderot: “Quando uno
confronta i propri modesti talenti a quelli di un Leibniz è tentato di gettare
via i propri libri e di andare a morire in pace nelle profondità di un angolo
buio” (pp. 90-91).
Ancora Londra è la protagonista del
successivo capitolo, poiché nella capitale inglese visse, esule, Karl Marx,
dopo un girovagare tra Bruxelles, Colonia e Parigi, tra il 1849 e il 1883, anno
della sua morte. E, tra una vita di stenti e letture forsennate, nelle sale del
British Museum, scrisse Il Capitale. E qui, e nei dintorni, visse Darwin,
l’altro grande rivoluzionario scopritore dell’evoluzione, nei cui confronti
Marx nutrì ammirazione, nonostante la grande diversità di prospettiva
scientifica: la sua, una serie di rivoluzioni con un lieto fine di riscatto e
liberazione sociale, quella di Darwin, un’evoluzione senza fine e senza
teleologia.
In una lettera del 1932 Keynes scriveva
a Piero Sraffa: “Ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro
che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato, e cosa ti
aspetti che ci trovi io!” (p. 126). Proprio Keynes è il protagonista del quinto
capitolo (saltiamo per il momento il quarto, restiamo a Londra e Cambridge,
restiamo sull’economia). “La Londra degli snob fighetti e gay di Bloomsbury”
(p. 219), “con uno sguardo liberal ma distaccato sul mondo, come si conviene
alla upper class colta di una capitale universitaria anglosassone. I suoi
caratteri tipici saranno l’anticonformismo, il marcato senso della superiorità
intellettuale, uno snobismo spiccato, l’elitismo delle opinioni” (p. 220).
Formazione d’élite, incarichi governativi, elaborazione di una teoria economica
rivoluzionaria, che segnerà i decenni successivi.
Tra gli amici di Cambridge, Ludwig
Wittgenstein. Di lui, così scriveva in una lettera a un’amica, il 18 gennaio
1929: “Mia cara, ebbene Dio è arrivato. L’ho incontrato sul treno alle 5.15”
(p. 161). Il quarto capitolo è dedicato proprio al tormentato filosofo
viennese, seguito nel suo peregrinare per luoghi (Vienna, Linz, Berlino,
Cambridge, fino alla baita di Skjolden, nei fiordi norvegesi, da lui
appositamente costruita in un luogo solitario e pressoché inaccessibile, e
infine Dublino) e occupazioni (studente, soldato, maestro elementare,
professore universitario, ingegnere). Nato in una ricchissima famiglia di
industriali, cresciuto in una dimora principesca, frequentata da grandi artisti
(Brahms, Ravel, Mahler, Berg, Schönberg, Webern, Strauss), ben presto rinuncia
a tutto e insegue i suoi fantasmi di perfezione teorica, estetica, morale,
mistica, secondato, nei suoi propositi solitari, dal caratteraccio, “rude,
irascibile e controcorrente, sorretto da opinioni assolute su pressoché
qualunque argomento” (172). Probabilmente il solo Bertrand Russel riusciva a
conviverci. Noti gli scontri con colleghi, celebre quello dell’attizzatoio con
Popper.
Ultima coppia, nel capitolo sei, Martin
Heidegger e Hannah Arendt, il mago di Messkirch e la giovanissima ebrea, che
sarà anche la sua amante, per breve tempo. Qui non abbiamo peregrinazioni, ma
solido radicamento nella foresta nera, dove il filosofo ha una baita spartana
ed elabora le sue teorie filosofiche, la sua analitica esistenziale, consuma
l’adulterio, si compromette col nazismo, supera la fine del nazismo senza nulla
esplicitamente rinnegare, nonostante le attese in tal senso di tanti suoi
discepoli e ammiratori, taluni vittime del nazismo (Celan, Löwith, Sartre,
Bultmann, Jaspers, Gadamer, la stessa Arendt). Le sue lezioni a Friburgo sono
celebri, nessuno riesce a stargli alla pari, per erudizione, conoscenza dei
classici, capacità di farli parlare e restituirgli il soffio della vita. Un non
simpatizzante come Leo Strauss è costretto a riconoscere che le sue lezioni
sopravanzavano di parecchie spanne quelle di giganti come Weber e Jaeger.
Inevitabile che ammaliasse la coltissima giovinetta prussiana ebrea, “che a 14
anni aveva già letto la Critica della ragion pura di Kant e parlava il greco e
il latino come lingue madri” (p. 301), con la quale intesse una relazione
adulterina destinata a finire male, perché “Heidegger è un grande filosofo e un
piccolo uomo. Heidegger non ha un cattivo carattere, semplicemente è privo di
carattere” (ivi).
Chiude il libro il capitolo su Thomas
Mann, l’altro gran borghese, divenuto il monumento della resistenza
intellettuale al nazismo, dopo un’evoluzione dalle giovanili Considerazioni di
un impolitico, espressioni di un pensiero aristocratico e antidemocratico. Il
Mago di Lubecca nasce anch’egli da una ricca famiglia borghese, come Keynes e
Wittenstein, ma non è anticonformista come Keynes, né solitario, spartano e
caratteriale come Wittgenstein. Le sue peregrinazioni, dovute all’esilio
antinazista, sono sempre con la grande famiglia al seguito e in dimore sfarzose
appositamente pensate, progettate o ricercate, fossero a Zurigo, in riva al
lago, o in California, presso Los Angeles, di fronte al Pacifico, e poi di
nuovo in Svizzera. In esse si ritaglia i suoi studi, dove lavora alacremente ai
suoi romanzi, ormai grandi classici della letteratura tedesca e mondiale.
Personalità grande borghese, austera ed eticamente solida, ma non immune da
certe asprezze anaffettive nei confronti soprattutto dei figli maschi, uno dei
quali, Klaus, morfinomane, morirà suicida e disconosciuto; l’altro, Golo,
storico, verso il quale il padre confessò nei suoi diari il suo disinteresse,
non vorrà essere sepolto nella tomba di famiglia.
22 aprile 2021

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