giovedì 25 luglio 2024

Paolo Pagani
I luoghi del pensiero.
Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo
Neri Pozza, pp. 192

 Il sottotitolo è forse un po’ pretenzioso, ma il reportage di Paolo Pagani, giornalista non a digiuno di filosofia, è un’interessante cartografia intellettuale che, in sette capitoli, ci squaderna i luoghi in cui dimorarono, pensarono e scrissero undici tra i più grandi pensatori e scrittori moderni, alcuni trattati in coppia (Spinoza e Cartesio, Leibniz e Newton, Darwin e Marx, Heidegger e Arendt), altri in solitaria (Wittgenstein, Keynes, Mann). Per i primi, l’accoppiata si fonda su una sorta di vita parallela, o su un sodalizio intellettuale, o persino erotico. Vediamo le città, le dimore, le biblioteche, sprazzi di vita, bozzetti di caratteri, amicizie, relazioni, vizi, difetti, grandezze di pensiero e miserie di carattere.

Ecco, nel primo capitolo, il povero, ritirato e riservato Spinoza, molatore di lenti e rivoluzionario del pensiero, maledetto dalla comunità ebraica, in quella Amsterdam fortunatamente tollerante, in cui elaborerà il suo potente pensiero, stretto nella morsa contraddittoria tra rivendicazione della libertà politica e affermazione del più rigoroso determinismo filosofico. Qui vivrà per parecchio tempo anche il suo principale riferimento filosofico, Cartesio, certo libero dagli affanni economici di Spinoza, ma anche lui costretto a “procedere nascosto”, e che qui si sentiva più al sicuro che in Francia di scrivere, corrispondere, far circolare le sue idee e discutere coi suoi colleghi.

Ecco poi altri due grandi geni del pensiero, il fondatore della fisica moderna Newton, tra Cambridge e Londra, e il precocissimo e multiforme Leibniz, girovago al seguito di personaggi politici o in proprio, tra Lipsia, dove si iscrisse appena quattordicenne all’Università, Parigi, Hannover, Amsterdam, dove visitò Spinoza, Londra e mille altri posti. Celebre la controversia tra i due geni sulla primogenitura del calcolo infinitesimale. Pagani non risparmia qualche pennellata sui contrapposti caratteri: Newton “era un soggetto intellettualmente arrogante, collerico, un attaccabrighe stizzoso e vendicativo” (p. 100), impaziente nei confronti di chi avanzava obiezioni alle sue teorie e, a dispetto del suo essere un grande scienziato moderno, ossessivamente appassionato di alchimia (p. 87). Leibniz, al contrario, “molto mondano, un arrivista ambizioso, un incallito carrierista vanitoso” (p. 101), che si poggia su questa o quella figura autorevole. E tuttavia di un genio tale da far dire a Diderot: “Quando uno confronta i propri modesti talenti a quelli di un Leibniz è tentato di gettare via i propri libri e di andare a morire in pace nelle profondità di un angolo buio” (pp. 90-91).

Ancora Londra è la protagonista del successivo capitolo, poiché nella capitale inglese visse, esule, Karl Marx, dopo un girovagare tra Bruxelles, Colonia e Parigi, tra il 1849 e il 1883, anno della sua morte. E, tra una vita di stenti e letture forsennate, nelle sale del British Museum, scrisse Il Capitale. E qui, e nei dintorni, visse Darwin, l’altro grande rivoluzionario scopritore dell’evoluzione, nei cui confronti Marx nutrì ammirazione, nonostante la grande diversità di prospettiva scientifica: la sua, una serie di rivoluzioni con un lieto fine di riscatto e liberazione sociale, quella di Darwin, un’evoluzione senza fine e senza teleologia.

In una lettera del 1932 Keynes scriveva a Piero Sraffa: “Ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato, e cosa ti aspetti che ci trovi io!” (p. 126). Proprio Keynes è il protagonista del quinto capitolo (saltiamo per il momento il quarto, restiamo a Londra e Cambridge, restiamo sull’economia). “La Londra degli snob fighetti e gay di Bloomsbury” (p. 219), “con uno sguardo liberal ma distaccato sul mondo, come si conviene alla upper class colta di una capitale universitaria anglosassone. I suoi caratteri tipici saranno l’anticonformismo, il marcato senso della superiorità intellettuale, uno snobismo spiccato, l’elitismo delle opinioni” (p. 220). Formazione d’élite, incarichi governativi, elaborazione di una teoria economica rivoluzionaria, che segnerà i decenni successivi.

Tra gli amici di Cambridge, Ludwig Wittgenstein. Di lui, così scriveva in una lettera a un’amica, il 18 gennaio 1929: “Mia cara, ebbene Dio è arrivato. L’ho incontrato sul treno alle 5.15” (p. 161). Il quarto capitolo è dedicato proprio al tormentato filosofo viennese, seguito nel suo peregrinare per luoghi (Vienna, Linz, Berlino, Cambridge, fino alla baita di Skjolden, nei fiordi norvegesi, da lui appositamente costruita in un luogo solitario e pressoché inaccessibile, e infine Dublino) e occupazioni (studente, soldato, maestro elementare, professore universitario, ingegnere). Nato in una ricchissima famiglia di industriali, cresciuto in una dimora principesca, frequentata da grandi artisti (Brahms, Ravel, Mahler, Berg, Schönberg, Webern, Strauss), ben presto rinuncia a tutto e insegue i suoi fantasmi di perfezione teorica, estetica, morale, mistica, secondato, nei suoi propositi solitari, dal caratteraccio, “rude, irascibile e controcorrente, sorretto da opinioni assolute su pressoché qualunque argomento” (172). Probabilmente il solo Bertrand Russel riusciva a conviverci. Noti gli scontri con colleghi, celebre quello dell’attizzatoio con Popper.

Ultima coppia, nel capitolo sei, Martin Heidegger e Hannah Arendt, il mago di Messkirch e la giovanissima ebrea, che sarà anche la sua amante, per breve tempo. Qui non abbiamo peregrinazioni, ma solido radicamento nella foresta nera, dove il filosofo ha una baita spartana ed elabora le sue teorie filosofiche, la sua analitica esistenziale, consuma l’adulterio, si compromette col nazismo, supera la fine del nazismo senza nulla esplicitamente rinnegare, nonostante le attese in tal senso di tanti suoi discepoli e ammiratori, taluni vittime del nazismo (Celan, Löwith, Sartre, Bultmann, Jaspers, Gadamer, la stessa Arendt). Le sue lezioni a Friburgo sono celebri, nessuno riesce a stargli alla pari, per erudizione, conoscenza dei classici, capacità di farli parlare e restituirgli il soffio della vita. Un non simpatizzante come Leo Strauss è costretto a riconoscere che le sue lezioni sopravanzavano di parecchie spanne quelle di giganti come Weber e Jaeger. Inevitabile che ammaliasse la coltissima giovinetta prussiana ebrea, “che a 14 anni aveva già letto la Critica della ragion pura di Kant e parlava il greco e il latino come lingue madri” (p. 301), con la quale intesse una relazione adulterina destinata a finire male, perché “Heidegger è un grande filosofo e un piccolo uomo. Heidegger non ha un cattivo carattere, semplicemente è privo di carattere” (ivi).

Chiude il libro il capitolo su Thomas Mann, l’altro gran borghese, divenuto il monumento della resistenza intellettuale al nazismo, dopo un’evoluzione dalle giovanili Considerazioni di un impolitico, espressioni di un pensiero aristocratico e antidemocratico. Il Mago di Lubecca nasce anch’egli da una ricca famiglia borghese, come Keynes e Wittenstein, ma non è anticonformista come Keynes, né solitario, spartano e caratteriale come Wittgenstein. Le sue peregrinazioni, dovute all’esilio antinazista, sono sempre con la grande famiglia al seguito e in dimore sfarzose appositamente pensate, progettate o ricercate, fossero a Zurigo, in riva al lago, o in California, presso Los Angeles, di fronte al Pacifico, e poi di nuovo in Svizzera. In esse si ritaglia i suoi studi, dove lavora alacremente ai suoi romanzi, ormai grandi classici della letteratura tedesca e mondiale. Personalità grande borghese, austera ed eticamente solida, ma non immune da certe asprezze anaffettive nei confronti soprattutto dei figli maschi, uno dei quali, Klaus, morfinomane, morirà suicida e disconosciuto; l’altro, Golo, storico, verso il quale il padre confessò nei suoi diari il suo disinteresse, non vorrà essere sepolto nella tomba di famiglia.

22 aprile 2021






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