giovedì 26 febbraio 2026

Cormac McCarthy

​La strada

Einaudi, pp. 218.

E’ il secondo romanzo di McCarthy che leggo e recensisco sul blog. Avevo recensito Il passeggero, romanzo molto diverso da questo, sotto vari profili. L’incipit di quella recensione era: “Una lettura difficile ed esaltante”. Di questa si può dire: una lettura desolante e magnetica.

Desolante. Perché McCarthy ci scaraventa in un mondo post-apocalittico privo di spiegazioni e di speranza metafisica.

  1. L’essenzialità del racconto: A differenza de Il passeggero, dove la trama è una matassa intricata di sottotesti, qui la vicenda è ridotta all'osso: un padre e un figlio camminano verso sud in un’America ridotta a un cumulo di cenere, cercando di sopravvivere alla fame e ai "cattivi" (cannibali, predoni). Non sapremo mai cosa ha causato la catastrofe; non conta il "perché", conta solo il "resistere".
  2. La scrittura: Ritroviamo lo stile inconfondibile di McCarthy, ma portato all'estremo della depurazione. Dialoghi ridotti a monosillabi, assenza di punteggiatura convenzionale, una prosa che sembra scolpita nella pietra. Se ne Il passeggero la difficoltà risiedeva nell'eccesso di informazioni e linguaggi tecnici, qui risiede nel vuoto, nel silenzio assordante che circonda i personaggi.
  3. L’assenza di nomi: I protagonisti sono semplicemente "l'uomo" e "il bambino". Questa scelta universalizza il dolore e la lotta, trasformando il romanzo in una sorta di parabola laica o di epopea biblica svuotata di Dio.
  4. Il contrasto emotivo: Mentre ne Il passeggero ci muovevamo tra i fantasmi della schizofrenia e le equazioni fisiche, qui ci muoviamo tra i resti carbonizzati della civiltà. L'orrore è esplicito, fisico, quotidiano.

Magnetica. Perché McCarthy riesce a estrarre una bellezza straziante dal nulla assoluto. La precisione chirurgica con cui descrive la cenere, il freddo e il riverbero della luce grigia è alta letteratura. È un libro che interroga direttamente l’istinto primordiale della cura: perché continuare a camminare? Perché "portare il fuoco"? Il rapporto tra padre e figlio è l'unica scintilla di calore in un universo termicamente morto, un legame che brilla per contrasto contro il buio della fine del mondo.

Un esempio di dialogo minimale e assoluto:

​"Ce la caveremo, papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Perché noi portiamo il fuoco. Sì."

​Laddove il "fuoco" non è solo la fonte di calore materiale, ma una metafora etica, l'ultima traccia di umanità rimasta in un mondo che ha smesso di essere umano.

A differenza de Il passeggero, dove la narrazione è esplosiva, enciclopedica e colma di divagazioni (come la splendida sezione su Kennedy o le dispute sulla meccanica quantistica), La strada è un romanzo implosivo. Se lì il mistero era protetto da un muro di parole e teorie, qui il mistero è il silenzio di un mondo che non ha più nulla da dire. Eppure, entrambi i romanzi condividono quella stessa visione "estrema" dell'esistenza: l'uomo di fronte all'irrimediabile, sia esso il suicidio di una sorella geniale o la fine di ogni forma di vita biologica.

26 febbraio 2026



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