La
strada
Einaudi, pp. 218.
E’ il secondo romanzo di McCarthy
che leggo e recensisco sul blog. Avevo recensito Il passeggero, romanzo molto diverso da questo, sotto vari profili.
L’incipit di quella recensione era: “Una lettura difficile ed esaltante”. Di questa
si può dire: una lettura desolante e
magnetica.
Desolante. Perché McCarthy
ci scaraventa in un mondo post-apocalittico privo di spiegazioni e di speranza
metafisica.
- L’essenzialità
del racconto: A differenza de Il passeggero, dove la trama è
una matassa intricata di sottotesti, qui la vicenda è ridotta all'osso: un
padre e un figlio camminano verso sud in un’America ridotta a un cumulo di
cenere, cercando di sopravvivere alla fame e ai "cattivi"
(cannibali, predoni). Non sapremo mai cosa ha causato la catastrofe; non
conta il "perché", conta solo il "resistere".
- La
scrittura: Ritroviamo lo stile inconfondibile di McCarthy, ma portato
all'estremo della depurazione. Dialoghi ridotti a monosillabi, assenza di
punteggiatura convenzionale, una prosa che sembra scolpita nella pietra.
Se ne Il passeggero la difficoltà risiedeva nell'eccesso di
informazioni e linguaggi tecnici, qui risiede nel vuoto, nel silenzio
assordante che circonda i personaggi.
- L’assenza
di nomi: I protagonisti sono semplicemente "l'uomo" e
"il bambino". Questa scelta universalizza il dolore e la lotta,
trasformando il romanzo in una sorta di parabola laica o di epopea biblica
svuotata di Dio.
- Il
contrasto emotivo: Mentre ne Il passeggero ci muovevamo tra i
fantasmi della schizofrenia e le equazioni fisiche, qui ci muoviamo tra i
resti carbonizzati della civiltà. L'orrore è esplicito, fisico,
quotidiano.
Magnetica. Perché McCarthy
riesce a estrarre una bellezza straziante dal nulla assoluto. La precisione
chirurgica con cui descrive la cenere, il freddo e il riverbero della luce
grigia è alta letteratura. È un libro che interroga direttamente l’istinto
primordiale della cura: perché continuare a camminare? Perché "portare il
fuoco"? Il rapporto tra padre e figlio è l'unica scintilla di calore in un
universo termicamente morto, un legame che brilla per contrasto contro il buio
della fine del mondo.
Un esempio di dialogo minimale e
assoluto:
"Ce la caveremo, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì."
Laddove il "fuoco" non è
solo la fonte di calore materiale, ma una metafora etica, l'ultima traccia di
umanità rimasta in un mondo che ha smesso di essere umano.
A differenza de Il passeggero,
dove la narrazione è esplosiva, enciclopedica e colma di divagazioni (come la
splendida sezione su Kennedy o le dispute sulla meccanica quantistica), La
strada è un romanzo implosivo. Se lì il mistero era protetto da un muro di
parole e teorie, qui il mistero è il silenzio di un mondo che non ha più nulla
da dire. Eppure, entrambi i romanzi condividono quella stessa visione
"estrema" dell'esistenza: l'uomo di fronte all'irrimediabile, sia
esso il suicidio di una sorella geniale o la fine di ogni forma di vita
biologica.
26
febbraio 2026

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