Ho finito di leggere questo libro oltre un mese fa, ma ho rimandato continuamente la recensione perché ne ho da subito avvertito la notevole difficoltà, sia per la densità del contenuto (alla fine della lettura mi accorgo di aver sottolineato quasi ogni riga, perciò risulta difficilissimo fare una sintesi), sia perché non è facile la comprensione di molti passaggi che richiedono conoscenze di fisica teorica, in particolare quantistica, sia infine per l’ellitticità di molte proposte filosofiche.
Faggin è un fisico, inventore e imprenditore, è il padre del
microprocessore e del touchscreen, per i quali ha ricevuto dal presidente Obama
la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’innovazione.
Dopo un periodo di adesione al materialismo scientistico, Faggin è
approdato a una concezione radicalmente opposta, alla cui diffusione ha
consacrato tutta la sua attività di ricerca e divulgazione, anche tramite la
fondazione che porta il suo nome.
Il libro si compone di due parti, oltre che di prefazione, introduzione, un
utilissimo glossario e una bibliografia.
La prima parte è composta da sette capitoli, che affrontano: la natura
della realtà fisica, della realtà quantistica, delle macchine, dell’informazione,
dell’informazione ampliata, della vita, della coscienza.
La seconda parte, la pars construens,
illustra la concezione fisico-filosofica dell’autore, basata su una sua
interpretazione delle aporie della fisica quantistica, ci offre una nuova
visione, un nuovo modello di realtà, l’originale idea dell’esistenza di quelle
che l’autore chiama le seity, della loro evoluzione e del rapporto tra
conoscenza, vita e informazione, nonché del posto e del significato della
conoscenza vissuta.
Il titolo del libro, Irriducibile,
si riferisce ovviamente alla coscienza, intesa come entità appunto irriducibile
alla spiegazione fisicalistica e riduzionistica, e ciò alla luce anche di una
spiegazione quantistica. Per Faggin, infatti, “la coscienza è un fenomeno
quantistico perché ha tutte le caratteristiche dello stato puro quantistico,
ossia è uno stato ben definito, è uno stato privato, perché lo stato puro non è
clonabile, e quindi lo stato, se è conoscibile, lo è solo dal sistema che è in
quello stato. Ciò riflette esattamente la fenomenologia della nostra esistenza
interiore. Se l’idea corrente che la coscienza emerge dal cervello come sistema
informatico classico fosse valida, anche un computer potrebbe essere cosciente,
e quindi la coscienza sarebbe copiabile come lo è l’informazione classica di
cui sono fatti tutti i programmi. Ma noi sappiamo perfettamente che la nostra
esperienza è un tutt’uno privato e in continua evoluzione, impossibile da
descrivere completamente con simboli classici (le nostre parole) perché essa va
oltre qualsiasi descrizione. La coscienza è la capacità di conoscere attraverso
un’esperienza fatta di qualia, cioè mediante le sensazioni e i sentimenti che
portano con sé il significato di ciò che si conosce” (p. 8). “Le premesse
fisicalistiche e riduzionistiche sono perfette per descrivere gli aspetti
meccanici e simbolico-informativi della realtà, ma sono inadeguate per spiegare
i suoi aspetti semantici” (p. 19).
La tesi dell’irriducibilità della coscienza viene argomentata ripercorrendo
tutta la storia della fisica moderna, della rivoluzione quantistica, della
rivoluzione digitale, della natura dei computer, dell’intelligenza artificiale (argomentazioni
impossibili da sintetizzare nello spazio di una recensione) e risulta, a mio
parere, assolutamente convincente.
Le cose si fanno più problematiche nella seconda parte, dove Faggin prova
ad argomentare la sua concezione alternativa. Egli aveva avanzato sin dal primo
capitolo la sua ipotesi “che l’universo abbia coscienza e libero arbitrio da
sempre” (p. 23).
Egli parte dai cinque problemi fondamentali ancora senza risposta: 1. Il
problema della creazione: perché esiste qualcosa e non il nulla? Da dove ha
origine l’universo? È’ sempre esistito? 2. Il problema dell’ordine: perché
esiste ordine anziché caos e come si è evoluto l’universo? 3. Il problema della
vita come è emersa e come e perché si è evoluta? 4. Il problema della
coscienza: come è comparsa e che scopo ha? 5. Il problema del libero arbitrio:
esiste un libero arbitrio negli organismi coscienti e come si concilia con le
leggi fisiche? (cfr. p. 173).
Faggin ritiene che solo il primo, quello della creazione, non potrà mai
essere risolto, perché fuori dalla portata della nostra mente, mentre gli altri
si possono spiegare come conseguenze logiche del miracolo della creazione, il
solo che bisogna accettare come postulato (p. 174).
A tal fine Faggin ci propone una concezione filosofica che dà un’interpretazione
della fisica quantistica finalizzata a spiegare l’esistenza di un mondo
concepito olisticamente, che egli chiama Uno, fatto di una dimensione fisica e
di coscienza fisicamente irriducibile, al cui interno ogni parte è una parte
che contiene un’immagine del tutto. Questa idea per un verso si appoggia alla
genetica moderna (il rapporto tra DNA e corpo umano), dall’altra echeggia le
monadi di Leibniz. Tuttavia, tale teoria contempla una concezione dell’evoluzione
di questo Uno, mossa dalla volontà della coscienza di conoscere questo tutto, e
questo echeggia piuttosto la concezione hegeliana della fenomenologia dello
spirito.
Come detto all’inizio, è molto difficile dare conto di tale complessa
concezione e ancor più delle argomentazioni su cui poggiano le teorie e le
ipotesi dell’autore, ma ritengo che la lettura, ancorché complessa e difficile,
risulti assai stimolante e si può dire unica nel panorama teorico per capacità
di prospettare una grande concezione unitaria del mondo e della vita, in un
confronto serrato con la scienza, ma senza rinunciare alle grandi domande
filosofiche di sempre.
27 Gennaio 2025

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