Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte
Edizione originale Corbaccio, pp. 564 - La biblioteca di Repubblica, pp. 490.
Per due volte, molti anni fa, avevo cominciato la lettura di questo romanzo e per due volte l’ho interrotta perché c’era qualcosa che mi respingeva. Finalmente ora l’ho affrontata e portata a termine, non senza sentimenti contrastanti.
Ferdinand Bardamu, protagonista del romanzo e alter ego dello scrittore ci racconta le sue avventure, dalla partecipazione alla grande guerra come soldato francese, ferito e poi imboscato in ospedale, al viaggio nell’Africa coloniale francese, al viaggio in America alla ricerca di una sua amante, al ritorno in Francia dove esercita come medico in una periferia parigina, infine come direttore di una clinica psichiatrica.
L’esperienza della guerra lo porta a un radicale rifiuto anarco-pacifista, alla denuncia degli interessi delle classi dirigenti nazionaliste. “Rifiuto la guerra e tutto quel che c’è dentro… Non la deploro, io… Non mi rassegno, io… Non mi piagnucolo addosso, io… La rifiuto recisamente, con tutti gli uomini che contiene, voglio averci niente a che fare con loro, con lui. Fossero anche novecentonovantacinque milioni e io solo, sarebbero loro che hanno torto, e io che ho ragione, perché sono il solo a sapere quel che voglio: non voglio più morire” (p. 65).
Analoghe considerazioni porta l’esperienza dell’Africa coloniale, tra sfruttamento degli indigeni, corruzione e ruberie di ufficiali e amministratori. In questo disastroso scenario in cui nulla si salva, né colonizzatori, né indigeni, né tantomeno la natura stessa, riluce uno dei pochissimi momenti di umana bontà e pietà: il sergente Alcide, che ruba lui pure, ma sacrifica la sua vita per anni in quell’ambiente ostile per pagare gli studi a una bambina lontana parente orfana che nemmeno ha mai conosciuto.
Il viaggio negli Stati Uniti è stupefacente per un europeo degli anni venti. Quando arriva a New York rimane sbalordito: “New York è una città in piedi, […] da noi, si sa, sono sdraiate le città, in riva al mare o ai fiumi, si allungano sul paesaggio, attendono il viaggiatore, mentre quella, l’americana, lei non sveniva, no, lei si teneva bella rigida, là, per niente stravaccata, rigida da far paura” (p. 177). L’America si presenta con queste meraviglie, con donne di fattezza più bella e sana e disinvolta rispetto alle francesi, ma anche con l’abbrutimento della fabbrica fordista: “Non ti serviranno a niente i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che ti ordineranno di eseguire” (p. 214).
Il ritorno in Francia, la laurea in medicina, l’esercizio della professione in un quartiere malfamato, dove i pazienti spesso manco lo pagano, segnano la seconda parte del racconto, un po’ più fortunata per la carriera del protagonista, che però non muta certo la sua visione anarco-pessimista, cinica, nichilista. Le sparate contro i ricchi e i potenti non sono fatte per risparmiare i poveri, che sono certo fregati dai primi, ma non meno infami, sozzi, balordi. “La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo gran darsi da fare per restare ragionevoli, venti, quarant’anni o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi” (p. 398). “Basta in tutto e per tutto contemplare scrupolosamente se stessi e quel che si è diventati in fatto di schifezza […] È un cazzo fritto la vita” (p. 201). Ricchi e poveri, grandi e piccoli, potenti e impotenti, nessuna speranza, nessuna salvezza.
Ora, lungi da me perorare la causa di una letteratura edificante. L’arte è arte e ci sono i fiori del male. Ma l’oceano dí bruttura, schifezza, cattiveria, ignoranza, senza l’ombra di un elemento positivo non rende giustizia alla complessità e multiformità della vita umana. È questo che respinge, o, almeno, mi respinge ancora.
La grandezza del romanzo, a mio parere, non è tanto in questa dimensione di pessimismo nichilista, quanto nell’originalità della scrittura, fatta di ellissi, iperboli, linguaggio ricalcato sul parlato gergale, argot, invenzioni lessicali ed espressioni di originale potenza inventiva. Così ad esempio descrive il parto di una poveraccia: “Il piccolo le era uscito dal corpo in un sol colpo e l’aveva lasciata tutta raggrinzita attorno ai fianchi. Lo spirito s’accontenta di frasi, il corpo non è la stessa cosa, è più difficile lui, gli ci vogliono i muscoli. È qualcosa di sempre vero un corpo, è per questo che è quasi sempre triste e disgustoso da guardare” (p. 258). La descrizione di un lutto: “Alla fine le era spuntato un dolore in fondo alle parole, lei non aveva l’aria di saperne cosa farne del dolore, lei cercava di soffiarselo dal naso, ma le tornava il dolore in gola e con le lacrime dietro, e ricominciava” (p. 264). La descrizione dello sforzo di una conversazione: “Quando ci si sofferma sul modo in cui vengono formate e dette le parole, quasi non resistono le nostre frasi al disastro del loro arredo di bave. È più complicato e più penoso della defecazione il nostro sforzo meccanico di conversare. Questa corolla di carne tumefatta, la bocca, che va in convulsione se soffia, se aspira, e si dimena, che spinge ogni genere di suoni vischiosi attraverso la barriera puzzolente della carie dentaria, che punizione!” (p. 321).
Il Viaggio è il primo romanzo pubblicato da Céline, che gli diede ampia notorietà e fu universalmente apprezzato dall’intellighenzia francese e non solo, anche perché non ancora contaminato dal feroce antisemitismo dei successivi scritti dell’autore, che per questo finirà anche per simpatizzare con i nazisti, e sarà costretto dopo la guerra a fuggire dalla Francia per evitare la sorte toccata agli altri scrittori collaborazionisti.
12 agosto 2025

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