lunedì 20 aprile 2026

Giuliano da Empoli
Il Mago del Cremlino
Mondadori, pp. 273

La messinscena del potere nell’abisso russo
C’è un momento preciso, nelle pagine de Il Mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa demonologia. Se con Cormac McCarthy avevamo esplorato il vuoto metafisico di un mondo post-apocalittico, con Da Empoli entriamo in un’apocalisse diversa: quella della verità, orchestrata nel cuore di tenebra della Mosca contemporanea.

Il protagonista, Vadim Baranov — alter ego letterario del "regista" di Putin, Vladislav Surkov — ci conduce per mano lungo i corridoi del potere, svelandoci che il destino della Russia non è un incidente della storia, ma una recita millenaria.


L’oscillazione dell’anima: tra amore per il fango e desiderio d’Occidente
Il cuore del romanzo batte nella contraddizione insanabile di Baranov. Da un lato, c’è l’amore viscerale per la Russia, un sentimento che si nutre della convinzione che il destino del Paese sia l’autocrazia. Per Baranov, l'autorità non è una scelta, ma l'unico argine possibile al caos ancestrale che minaccia di inghiottire la steppa. Tuttavia, questa adesione ideologica convive con un’attrazione quasi erotica per l’Occidente.

Questa tensione esplode quando arrivano le sanzioni: il divieto di viaggiare in Europa non è solo un limite burocratico, ma una ferita identitaria. È il momento in cui l'architetto del potere si rende conto che la fortezza che ha contribuito a costruire è anche la sua prigione, e che il "mondo libero" che disprezza nei suoi discorsi pubblici è lo stesso di cui brama l'estetica e la libertà privata.


Il peso della Storia: da Ivan il Terribile a Stalin
Da Empoli affonda la lama nella psicologia collettiva russa citando le radici profonde del potere. A pagina 45, il destino autocratico viene presentato come l'eredità ineludibile di Ivan il Terribile: la Russia non cerca un amministratore, cerca un padrone che sappia incarnare il sacro e il terribile.

Questa necessità di una guida d'acciaio trova conferma nello scioccante sondaggio citato a pagina 72, dove Stalin emerge come l'eroe più amato. Non è una nostalgia per l'ideologia comunista, ma per la grandezza che nasce dal terrore. In Russia, la lotta per il potere non è — come sottolineato a pagina 95 — uno scontro tra squadre di economisti come avviene in Occidente. Non è una questione di decimali o di welfare; è una questione mitologica, un rito di sangue e di forza che sfugge alla comprensione razionale delle democrazie liberali.

 

La politica come spettacolo e la rivincita dei guerrieri
Una delle intuizioni più fulminanti (p. 146) è il paragone tra i processi staliniani e una mega-produzione hollywoodiana. Il terrore ha bisogno di una regia, la violenza di una sceneggiatura. Il Cremlino di Baranov diventa uno studio televisivo dove la realtà viene manipolata per creare un "effetto verità" che prescinde dai fatti.

In questo scenario, emerge una costante storica: in Russia i mercanti non hanno mai comandato. Il libro ricorda come i brevi intermezzi in cui il denaro ha provato a farsi legge (dopo il febbraio 1917 e negli anni '90) siano stati percepiti come periodi di caos intollerabile. Il potere russo appartiene ai guerrieri, non ai bottegai. Lo Zar non nasce dal consenso economico, ma dalla guerra: è sul conflitto che l’impero si fonda e si mantiene (p. 241), trovando nella strategia del caos alimentata nel Donbass e contro l'Occidente (pp. 178 e 210) il suo naturale combustibile.


La distopia della tecnica e il ritorno all'umano
Verso la fine, il romanzo vira verso una profezia inquietante. Nel capitolo 30, Da Empoli delinea un futuro dominato dalla tecnica, dove l'algoritmo sostituisce la volontà e il controllo diventa totale, invisibile, algido. È la fine della politica come l'abbiamo conosciuta, sostituita da una gestione dei flussi di rabbia e informazione.

Eppure, in questo deserto di cinismo e propaganda, l’autore ci regala un’ultima, fragilissima nota di tenerezza. Nel capitolo finale, Baranov, ormai ritiratosi dalla scena, si ritrova con la sua piccola figlia. È l’unico momento in cui la maschera cade, in cui il "Mago" torna uomo, suggerendo che forse, nonostante la messinscena globale del potere, l'unica verità autentica risieda in quei legami minimi e privati che nemmeno lo Zar può controllare del tutto.

Perché leggerlo: Il Mago del Cremlino non è solo un libro sulla Russia, ma uno specchio deformante che ci interroga sulla fragilità delle nostre democrazie e sulla perenne attrazione del genere umano per la forza bruta travestita da destino.

20 aprile 2026



 

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