Il protagonista, Vadim Baranov — alter ego letterario del
"regista" di Putin, Vladislav Surkov — ci conduce per mano lungo i
corridoi del potere, svelandoci che il destino della Russia non è un incidente
della storia, ma una recita millenaria.
Questa tensione esplode quando arrivano le sanzioni: il divieto di
viaggiare in Europa non è solo un limite burocratico, ma una ferita
identitaria. È il momento in cui l'architetto del potere si rende conto che la
fortezza che ha contribuito a costruire è anche la sua prigione, e che il
"mondo libero" che disprezza nei suoi discorsi pubblici è lo stesso
di cui brama l'estetica e la libertà privata.
Questa necessità di una guida d'acciaio trova conferma nello scioccante
sondaggio citato a pagina 72, dove Stalin emerge come l'eroe più amato.
Non è una nostalgia per l'ideologia comunista, ma per la grandezza che nasce dal
terrore. In Russia, la lotta per il potere non è — come sottolineato a pagina
95 — uno scontro tra squadre di economisti come avviene in Occidente. Non è
una questione di decimali o di welfare; è una questione mitologica, un rito di
sangue e di forza che sfugge alla comprensione razionale delle democrazie
liberali.
In questo scenario, emerge una costante storica: in Russia i mercanti non
hanno mai comandato. Il libro ricorda come i brevi intermezzi in cui il denaro
ha provato a farsi legge (dopo il febbraio 1917 e negli anni '90) siano stati
percepiti come periodi di caos intollerabile. Il potere russo appartiene ai
guerrieri, non ai bottegai. Lo Zar non nasce dal consenso economico, ma dalla
guerra: è sul conflitto che l’impero si fonda e si mantiene (p. 241),
trovando nella strategia del caos alimentata nel Donbass e contro l'Occidente (pp.
178 e 210) il suo naturale combustibile.
Eppure, in questo deserto di cinismo e propaganda, l’autore ci regala
un’ultima, fragilissima nota di tenerezza. Nel capitolo finale, Baranov, ormai
ritiratosi dalla scena, si ritrova con la sua piccola figlia. È l’unico momento
in cui la maschera cade, in cui il "Mago" torna uomo, suggerendo che
forse, nonostante la messinscena globale del potere, l'unica verità autentica
risieda in quei legami minimi e privati che nemmeno lo Zar può controllare del
tutto.
Perché leggerlo: Il Mago del Cremlino non è solo un libro sulla Russia, ma uno specchio deformante che ci interroga sulla fragilità delle nostre democrazie e sulla perenne attrazione del genere umano per la forza bruta travestita da destino.
20 aprile 2026

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