Lettura in parallelo e per contrasto di due testi concettualmente antinomici. Relativamente distanti nel tempo: uno del 2006, l’altro del 2019. Estranei l’uno all’altro e scritti con intenzioni assai differenti. Avendoli letti quasi contemporaneamente, mi è sembrato che fossero ideali per definire un atteggiamento opposto di fronte a un mutamento antropologico e culturale radicale.
Baricco, in questo libro che raccoglie
le trenta puntate di un’indagine pubblicata sulla Repubblica, tenta di
delineare le caratteristiche dei nuovi barbari, ovvero delle nuove generazioni
digitali viste come barbariche dai laudatores temporis acti, cercando di far
comprendere come ogni mutamento radicale abbia prodotto l’impressione
dell’arrivo dei barbari e della distruzione di una civiltà, mentre il risultato
è stata una rivoluzione culturale che ha instaurato una nuova civiltà e una
nuova tradizione. Ecco allora le variazioni sul vino holliwoodiano, sulla
musica di Beethoven, sul calcio totale olandese, sull’editoria commerciale e i
bookstores, come esempi di rivoluzioni barbariche in diversi campi, prima di
arrivare al centro del discorso, ovvero l’odierna mutazione digitale a partire
da Internet e Google, che hanno determinato una “trasformazione profonda che ha
dettato una nuova idea di esperienza: una nuova localizzazione del senso. Una
nuova forma del percepire. Una nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei
esagerare, ma certo mi verrebbe da dire: una nuova civiltà” (p. 99).
Baricco procede poi a delineare le
caratteristiche dell’odierno barbaro, a cominciare dal movimento, che è per lui
“il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi
cosa. Anche l’anima” (p. 103), per poi in realtà concludere che “se chiedete a
un barbaro che ne è dell’anima, lui non capisce la domanda” (p. 106). E poi le
altre caratteristiche: l’incomprensione della fatica e della profondità,
sostituite col piacere e col surf, ovvero il piacere di navigare in superficie,
l’idea della spettacolarità, le sequenze sintetiche, il multitasking, il
rapporto utilitario col passato, privo di ogni rigore storico e filologico.
Morale? “Ogni volta che qualcuno si erge a denunciare la miseria di ogni
singola trasformazione, esentandosi dal dovere di comprenderla, la muraglia si
alza e la nostra cecità si moltiplica nell’idolatria di un confine che non
esiste, ma che noi ci vantiamo di difendere. Non c’è confine, credetemi, non
c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra: c’è solo l’orlo della mutazione
che avanza, e corre dentro di noi” (178).
Il sunto non rende giustizia al saggio,
che sfodera tutte le armi della fascinosa affabulazione baricchesca.
Certo, aliquando Baricco bar(iccheggi)a,
e il suo barare è talora clamoroso, come quando vuol convincerci che la domanda
sull’anima non l’avrebbe capita né Achille (e ci può stare), né Dante (!), o
quando richiama i precedenti dell’uso barbaro del passato (senza
contestualizzazione storica e filologica), ma evita di distinguere tra il prima
e il dopo la scoperta del senso storico.
Tuttavia la lettura scorre liscia e
godibile, anche per chi ha riserve sulle sue tesi.
Veneziani ci prospetta, al contrario, un
testo esplicitamente ispirato, sin nel titolo, al pensiero nostalgico, non in
senso banale, ma, come spiega l’autore nell’introduzione, relativo a ”cose che
sfuggono alla fisica del mondo, presenti nella loro assenza, visibili nella
loro invisibilità” (p. 7), articolato in dieci idee: civiltà, patria, famiglia,
comunità, tradizione, mito, destino, anima, Dio, ritorno. La focalizzazione del
senso di queste idee si articola in un argomentare denso di riferimenti e
concetti (alla fine della lettura, io che amo sottolineare e segnare a margine,
mi trovo tutto il libro interamente scarabocchiato!). Impossibile quindi
riassumere. Mi limiterò, per tener fede all’iniziale intento della lettura
parallela e per contrasto, a qualche riferimento al tema del barbaro, contenuto
nella voce “Civiltà”.
“Non è detto che i barbari vengano da
fuori e da lontano; possono venire da dentro e da vicino, risiedere nel cuore
del sistema, essere perfino al potere. Come il nichilismo, ieri prerogativa
degli anarchici, oggi espresso e somministrato dal potere. Ieri era appannaggio
dei ribelli, oggi è l’uniforme dei conformisti” (p. 42). “Barbaro è chi mette
in pericolo un orizzonte condiviso, chi sabota l’ordine su cui si regge una società
che si riconosce come civiltà. Il barbaro verticale lo fa in nome di una
volontà di onnipotenza e si riferisce a un Assoluto: un Dio, una Religione,
un’Ideologia, una Razza, una Setta, infine un Io Sovrano. Il barbaro
orizzontale lo fa per l’onnipotenza dei desideri, relativizza tutto all’infuori
della propria vita. Non conta più il bello, il buono, il vero, il giusto ma
solo il mio e quel che mi fa stare meglio. L’assoluto dei primi si barrica
dentro la vita dei secondi. Il barbaro verticale agita un Assoluto; nella
barbarie orizzontale ognuno diventa un Assoluto” (p. 43).
Mi rendo conto che le voci dei capitoli
possono evocare concetti e idee appartenenti a un mondo antimoderno, se non
reazionario, e le lontane origini di Veneziani possono confermare il
pregiudizio, ma la lettura del testo provvederà rapidamente a diradare il
pregiudizio, confermando certamente i caratteri di un pensiero conservatore, ma
alieno da semplificazioni, semplicismi, faziosità, ricco di spunti e interesse
anche per chi non concorda, espresso con brillante argomentazione.
19 ottobre 2021

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