lunedì 29 luglio 2024

Alessandro Baricco
I barbari. Saggio sulla mutazione
Feltrinelli, 2006, pp. 216

Marcello Veneziani
Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee
Marsilio, 2019, pp. 301

Lettura in parallelo e per contrasto di due testi concettualmente antinomici. Relativamente distanti nel tempo: uno del 2006, l’altro del 2019. Estranei l’uno all’altro e scritti con intenzioni assai differenti. Avendoli letti quasi contemporaneamente, mi è sembrato che fossero ideali per definire un atteggiamento opposto di fronte a un mutamento antropologico e culturale radicale.

Baricco, in questo libro che raccoglie le trenta puntate di un’indagine pubblicata sulla Repubblica, tenta di delineare le caratteristiche dei nuovi barbari, ovvero delle nuove generazioni digitali viste come barbariche dai laudatores temporis acti, cercando di far comprendere come ogni mutamento radicale abbia prodotto l’impressione dell’arrivo dei barbari e della distruzione di una civiltà, mentre il risultato è stata una rivoluzione culturale che ha instaurato una nuova civiltà e una nuova tradizione. Ecco allora le variazioni sul vino holliwoodiano, sulla musica di Beethoven, sul calcio totale olandese, sull’editoria commerciale e i bookstores, come esempi di rivoluzioni barbariche in diversi campi, prima di arrivare al centro del discorso, ovvero l’odierna mutazione digitale a partire da Internet e Google, che hanno determinato una “trasformazione profonda che ha dettato una nuova idea di esperienza: una nuova localizzazione del senso. Una nuova forma del percepire. Una nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei esagerare, ma certo mi verrebbe da dire: una nuova civiltà” (p. 99).

Baricco procede poi a delineare le caratteristiche dell’odierno barbaro, a cominciare dal movimento, che è per lui “il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. Anche l’anima” (p. 103), per poi in realtà concludere che “se chiedete a un barbaro che ne è dell’anima, lui non capisce la domanda” (p. 106). E poi le altre caratteristiche: l’incomprensione della fatica e della profondità, sostituite col piacere e col surf, ovvero il piacere di navigare in superficie, l’idea della spettacolarità, le sequenze sintetiche, il multitasking, il rapporto utilitario col passato, privo di ogni rigore storico e filologico. Morale? “Ogni volta che qualcuno si erge a denunciare la miseria di ogni singola trasformazione, esentandosi dal dovere di comprenderla, la muraglia si alza e la nostra cecità si moltiplica nell’idolatria di un confine che non esiste, ma che noi ci vantiamo di difendere. Non c’è confine, credetemi, non c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra: c’è solo l’orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi” (178).

Il sunto non rende giustizia al saggio, che sfodera tutte le armi della fascinosa affabulazione baricchesca.

Certo, aliquando Baricco bar(iccheggi)a, e il suo barare è talora clamoroso, come quando vuol convincerci che la domanda sull’anima non l’avrebbe capita né Achille (e ci può stare), né Dante (!), o quando richiama i precedenti dell’uso barbaro del passato (senza contestualizzazione storica e filologica), ma evita di distinguere tra il prima e il dopo la scoperta del senso storico.

Tuttavia la lettura scorre liscia e godibile, anche per chi ha riserve sulle sue tesi.

Veneziani ci prospetta, al contrario, un testo esplicitamente ispirato, sin nel titolo, al pensiero nostalgico, non in senso banale, ma, come spiega l’autore nell’introduzione, relativo a ”cose che sfuggono alla fisica del mondo, presenti nella loro assenza, visibili nella loro invisibilità” (p. 7), articolato in dieci idee: civiltà, patria, famiglia, comunità, tradizione, mito, destino, anima, Dio, ritorno. La focalizzazione del senso di queste idee si articola in un argomentare denso di riferimenti e concetti (alla fine della lettura, io che amo sottolineare e segnare a margine, mi trovo tutto il libro interamente scarabocchiato!). Impossibile quindi riassumere. Mi limiterò, per tener fede all’iniziale intento della lettura parallela e per contrasto, a qualche riferimento al tema del barbaro, contenuto nella voce “Civiltà”.

“Non è detto che i barbari vengano da fuori e da lontano; possono venire da dentro e da vicino, risiedere nel cuore del sistema, essere perfino al potere. Come il nichilismo, ieri prerogativa degli anarchici, oggi espresso e somministrato dal potere. Ieri era appannaggio dei ribelli, oggi è l’uniforme dei conformisti” (p. 42). “Barbaro è chi mette in pericolo un orizzonte condiviso, chi sabota l’ordine su cui si regge una società che si riconosce come civiltà. Il barbaro verticale lo fa in nome di una volontà di onnipotenza e si riferisce a un Assoluto: un Dio, una Religione, un’Ideologia, una Razza, una Setta, infine un Io Sovrano. Il barbaro orizzontale lo fa per l’onnipotenza dei desideri, relativizza tutto all’infuori della propria vita. Non conta più il bello, il buono, il vero, il giusto ma solo il mio e quel che mi fa stare meglio. L’assoluto dei primi si barrica dentro la vita dei secondi. Il barbaro verticale agita un Assoluto; nella barbarie orizzontale ognuno diventa un Assoluto” (p. 43).

Mi rendo conto che le voci dei capitoli possono evocare concetti e idee appartenenti a un mondo antimoderno, se non reazionario, e le lontane origini di Veneziani possono confermare il pregiudizio, ma la lettura del testo provvederà rapidamente a diradare il pregiudizio, confermando certamente i caratteri di un pensiero conservatore, ma alieno da semplificazioni, semplicismi, faziosità, ricco di spunti e interesse anche per chi non concorda, espresso con brillante argomentazione.

19 ottobre 2021



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