Sempre per alleggerire la lettura dei fluviali capolavori di Proust e Wallace, mi delizio con roba più leggera, ma non meno interessante. Stavolta mi sono proposto di leggere i romanzi di tre miei cari amici, giunti tardi alla scrittura narrativa, con esiti originali ma assai diversi tra loro.
A dire il vero, amici sono propriamente
solo due, Alessio Viola e Martino Sgobba, il terzo, Ettore Catalano, pur essendo la mia prima conoscenza tra i tre,
anche per ragioni anagrafiche, non l’ho frequentato. Era amico fraterno di mio
cugino Franco Magistrale e con lui fu tra i protagonisti e fondatori, nella
metà degli anni sessanta, di una associazione culturale a Sannicandro, che
sprovincializzò e movimentò la scena culturale del mio paese (che non era
quello di Ettore). Io, appena decenne, osservavo con ammirazione quei giovani
universitari. Poi ho perso di vista Ettore (ritrovandolo di recente su
Facebook), che nel frattempo ha fatto una brillante carriera universitaria, scrivendo
notevoli saggi accademici di letteratura e critica letteraria, su autori di
rilevanza nazionale e pugliese, collaborando anche con compagnie teatrali del
territorio. E’ giunto poi alla narrativa e ha scritto tre noir (questo è il
secondo, il primo non sono riuscito a reperirlo e del terzo, appena uscito,
sono in attesa), che hanno per protagonista il commissario Tanzarella, una
sorta di Montalbano brindisino, ma senza cedimenti alla parlata dialettale,
anzi, un commissario con ambizioni ed esibizioni culturali, talora improbabili
(per un poliziotto, dico), tra espressioni come “la sintassi del vivere” o “lo
scriba del nulla”, citazioni di Watzlawick, Pirandello, Hackert, Goethe,
Auerbach, e digressioni di critica letteraria su Carducci, Sciascia, Kafka... Digressioni passate talora come ricordi di
lezioni liceali o universitarie di professori dietro cui non si fatica a
riconoscere l’autore stesso. Il romanzo. Ambiente salentino, trivelle
minacciose, lotte di ambientalisti, un cadavere. Scrittura piana, trama
lineare, correttezza politica estrema, niente cinismo, né sbavature con
linguaggio da trivio. Tutti elementi che talora mostrano una certa renitenza
alla trasfigurazione narrativa in una trama noir, che fila liscia, con un
finale parzialmente aperto.
Salto di generazione con Alessio Viola (un decennio, ma
decisivo: di mezzo, nell’adolescenza, c’è il ’68, la militanza politica
nell’estrema sinistra, l’esperienza operaia, la vita on the road, il Maltese, il linguaggio di un altro mondo). Con lui
ho condiviso qualche anno di militanza giovanile (un secolo fa, poi strade
diverse). Alessio ha scritto parecchi romanzi. Questo è uno dei più noti e
racconta uno scenario di malavita barese, con vivido realismo e conoscenza dei
meccanismi dei clan e delle connessioni con la politica e la sanità privata. Un
amore tra due ragazzi di quell’ambiente, scene truci, linguaggio verace da
subcultura criminale, una Bari per molti di noi sconosciuta, ma che non si
fatica a ritenere assai realistica. C’è materia per una fiction tipo Gomorra o
Suburra, e non è detto che prima o poi qualcuno non pensi a sceneggiare questi
racconti. Suggerisco un titolo: Subarium, che richiama Suburra, Bari e il
sudario.
P.S. In questo momento Alessio deve
fronteggiare un nemico più subdolo e pericoloso di quelli fronteggiati in altri
tempi, che lo ha aggredito dall’interno e contro il quale i vecchi amici non
possono dare nessun aiuto, se non facendogli sentire un caloroso, fraterno
abbraccio. Da vecchio combattente, sono certo che opporrà una nuova,
straordinaria Resistenza.
La scena cambia completamente col
romanzo di Martino Sgobba. Siamo
nella scuola (Martino, dopo gli studi filosofici e qualche pubblicazione che
abbiamo condiviso sotto la guida di Semerari, è stato mio collega prof. di Filosofia
nei licei e collega preside di licei). E un liceo è la scena del romanzo in
questione. E’ un liceo della provincia milanese, dove si verificano tre suicidi
di docenti. Un ispettore scolastico viene incaricato (ultimo incarico prima
della pensione) di fare un’ispezione in quella scuola, in parallelo con
l’indagine della polizia, per verificare il clima scolastico ed eventuali
anomalie che possano aver innescato i meccanismi suicidiari.
In questo caso, la bellezza del libro
sta soprattutto nella scrittura, una scrittura di straordinaria qualità
letteraria, con un carattere e uno stile di quelli che fanno uno scrittore di
rango. Leggendo Sgobba mi chiedo spesso che razza di meccanismi regolano il
mercato editoriale letterario, per promuovere con grandi battages autori e
romanzi mediocri e trascurare roba come questa. Vi propongo un piccolo
campionario di frasi ed espressioni e ditemi se non hanno dello straordinario:
l’ispettore arriva a scuola, si presenta alla bidella, che, confusa telefona
alla preside, scandendo la qualifica dell’ospite. “Le quattro sillabe invasero
l’atrio interno della scuola, rotolarono con gran fragore lungo il corridoio,
rimbalzarono per le scale e raggiunsero anche una bidella che al terzo piano
stava leggendo l’oroscopo”. L’ispettore si presenta alla preside: “Non era
molto alta, ma si muoveva come fosse stato suo diritto esserlo”. “Era una donna
leziosa. Inutilmente leziosa, perché non riusciva ad essere piacevolmente
vezzosa. Il suo corpo era di retorica scadente”. “Il pomeriggio stava fallendo
ancora una volta nel tentativo di non tramontare”. Il commissario “Alesci
avrebbe guidato come parlava, con la punteggiatura fallica a ogni frenata, a
ogni accelerazione”. “Il mutamento di linea della preside cominciava a produrre
conversioni di sincero opportunismo”. “Sembravano due fedeli biascicanti con le
mani in tasca a dar fastidio a un calloso rosario”. Descrizione di una
rappresentante studentesca: “Nonostante la sua abnegazione, la signorina non
era riuscita a rovinare i doni di cui disponeva e infatti i suoi talenti
estetici rilucevano, nonostante la ruminosa masticazione della gomma americana,
la consunzione dei jeans, la sghemba fiordilotica occupazione della sedia”. La
narrazione è punteggiata di figure retoriche di grande originalità e da
invenzioni linguistiche e stilistiche rare e brillanti, che fanno comprendere
l’inesauribilità della lingua, purché sia nelle mani di chi sa palleggiarla.
9 dicembre 2020

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