Thomas Nagel
Helgoland è l’isola del mare del Nord in cui il ventitreenne Werner Heisenberg ebbe le intuizioni che diedero inizio alla teoria dei quanti. Il fisico teorico Carlo Rovelli in Helgoland, edito da Adelphi, ripercorre la nascita di questa rivoluzione, il dibattito che ne è seguito (Born, Jordan, Dirac, Schrödinger, Reichenbach, Einstein…), le vicissitudini, i problemi, le oscurità che ancora oggi caratterizzano tale teoria, “cuore pulsante della scienza odierna. Eppure… profondamente misteriosa. Sottilmente inquietante” (p. 12).
Gli ingredienti della teoria
(osservazione, probabilità, granularità) sono illustrati con sforzo
divulgativo, senza nasconderne l’oscurità anche per gli specialisti della
materia. L’esposizione ha un suo fascino, anche se è difficile, soprattutto per
il lettore non specialista, cogliere molti aspetti della vicenda. Tuttavia,
poiché la teoria fisica si intreccia con problematiche filosofiche, due
questioni mi lasciano perplesso.
La prima riguarda la relazionalità:
Rovelli sottolinea che “le caratteristiche di un oggetto sono il modo in cui
esso agisce sugli altri oggetti. L’oggetto stesso non è che un insieme di
interazioni sugli altri oggetti. La realtà è questa rete di interazioni, al di
fuori della quale non si capisce neppure di cosa staremmo parlando. Invece di
vedere il mondo fisico come un insieme di oggetti con proprietà definite, la
teoria dei quanti ci invita a vedere il mondo fisico come una rete di relazioni
di cui gli oggetti sono i nodi […] non ci sono proprietà al di fuori delle
interazioni” (pp. 87-88). Ma se ci sono oggetti o nodi, questi avranno pur
sempre una base invariante, altrimenti non potranno in alcun modo essere
chiamati oggetti. Non si può dire che non hanno proprietà al di fuori delle
interazioni. Lo stesso Rovelli lo ammette, ma solo in una nota, quando dice che
“le proprietà a cui mi riferisco sono quelle variabili […] non le proprietà
invarianti come la massa di una particella non relativistica” (p. 209). Ma dire
che non ci sono proprietà al di fuori delle interazioni, riferendosi solo a
quelle variabili, mi sa di tautologia.
Lasciamo stare le incursioni nella
filosofia per trovare precedenti al relazionismo. Il riferimento al Sofista, dove Platone definisce l’essere
come dynamis (Rovelli rende
discutibilmente con “azione”, mentre più correttamente si tratta di
“possibilità”, la aristotelica “potenza” contrapposta all’”atto”) mi sembra
fuori luogo, e conferma piuttosto che tale azione o potenza si riferisce sempre
a qualcosa (l’idea in Platone, la sostanza in Aristotele) che ha consistenza
autonoma pur essendo in relazione.
La seconda perplessità riguarda
l’ennesima versione della concezione riduzionistica della coscienza. Certo,
Rovelli riconosce che “non c’è nulla di specificamente quantistico che ci aiuti
a capire cosa siano pensieri, percezioni e soggettività […] La teoria dei
quanti non ci aiuta direttamente a capire la mente” (pp. 161-162). Poi però
sostiene che “indirettamente ci insegna qualcosa” e parte con argomentazioni
che, facendo perno, ancora una volta, sulla relazionalità, tentano di spiegare
significato, intenzionalità, coscienza, pensiero in termini di informazione ed
evoluzione. Il problema posto da diversi filosofi della mente, soprattutto da
Thomas Nagel (a partire dal famoso saggio Cosa si prova ad essere un
pipistrello, fino a Mente e cosmo, di cui alla foto), ovvero l’impossibilità di
spiegare il mentale con la riduzione al fisico e in termini evoluzionistici, è
affrontato e “superato” attraverso una spiegazione che, pur tentando di evitare
quello che chiama materialismo volgare, non fuoriesce dall’impostazione del
riduzionismo fisico.
Nel corso del lunghissimo dibattito
filosofico mente-corpo sono state avanzate diverse spiegazioni e teorie su tale
rapporto e sul problema dell’intellegibilità del mondo: da quelle dualistiche
(in primis Cartesio), che sostengono l’irriducibilità delle due sostanze, a
quelle monistiche, che riducono l’uno all’altro aspetto: l’idealismo che riduce
il fisico al mentale e il materialismo che riduce il mentale al fisico. Poi c’è
anche la teoria del disegno intelligente, che però si può coniugare sia col
dualismo che col monismo idealistico che con l’evoluzionismo non
materialistico. C’è poi il tentativo di concepire una interrelazione tra
mentale e fisico, tenendo ferma la distinzione, pur all’interno di una
concezione naturalistica non teistica. Quest’ultima è la proposta di Nagel, che
arriva ad ipotizzare la reintroduzione di principi “teleologici piuttosto che
meccanicistici” nella spiegazione dei fenomeni naturali.
Se le argomentazioni di Nagel sono a mio
parere piuttosto risolutive sul piano della confutazione del riduzionismo, non
si può dire lo stesso sul versante propositivo, dove lui stesso procede con
molta cautela e avanza le sue come ipotesi di lavoro. Siamo su un campo in cui
è ancora difficile dire se sia possibile compiere progressi significativi o ci
dobbiamo arrendere alle antinomie della dialettica trascendentale kantiana,
attendendo magari un definitivo teorema fisico di incompletezza, simile a
quello di Gödel per la matematica. Certo, lì siamo nel campo della logica
formale, dove è dunque possibile una dimostrazione, mentre in fisica le teorie
hanno pur sempre a che fare con corroborazioni o falsificazioni non solo
logiche, ma anche empiriche, ma non è detto che non possa darsi
un’argomentazione logica di incompletezza gnoseologica in campo fisico.
7 febbraio 2021

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RispondiEliminaNon so quanto sia utile concentrarsi su eventuali debolezze dell’interpretazione di Rovelli. Della meccanica quantistica abbiamo diverse interpretazioni (Copenaghen, modale, van Fraassen, David Bohm, MWI etc.) tutte problematiche. Si tratta di compararle e vedere quale riesce a risolvere più problemi di quanti ne genera…
RispondiEliminaMa io non stavo facendo un articolo sulla fisica quantistica, bensì una recensione sul libro di Rovelli e quello ho criticato, appoggiandomi anche al libro di Nagel che avevo letto contestualmente
EliminaNon stava scrivendo un articolo sulla meccanica quantistica ma recensendo un’esposizione divulgativa dell’interpretazione di Rovelli della meccanica quantistica.
EliminaNella recensione viene criticato:
1. II naturalismo e riduzionismo di Rovelli via Nagel
2. La concezione relazionale o “relazionalità” come la chiama lei.
3. La resa di “dynamis” in Sofista, 247e con “azione”.
Per quanto riguarda il punto 1 non ho nulla da osservare.
La critica, invece, della concezione relazionale implicherebbe una critica dell’interpretazione di Rovelli della meccanica quantistica dato che tale concezione è una parte essenziale di RQM (Relational Quantum Mechanics). Per un’esposizione meno divulgativa si può vedere Laudisa, Federico and Carlo Rovelli, "Relational Quantum Mechanics", The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2024 Edition), Edward N. Zalta & Uri Nodelman (eds.), URL = .
Il punto 3 è piuttosto delicato. La bibliografia intorno a Sofista 247e è piuttosto corposa. Il passo ha diverse interpretazioni, fra gli studiosi vi è persino chi non crede che Platone in quel passo stia offrendo una definizione dell’”essere”. Ugualmente controversa è l’interpretazione di “dynamis” in quel contesto. Non so se sia corretta la proposta di Rovelli di rendere “dynamis” con “azione”. So però che Francesco Fronterotta, curatore dell’edizione BUR del Sofista, alla nota 192 relativa a Sofista247e, esclude “possibilità” e “potenza” come traducenti di “dynamis”.
La traduzione inglese nell’edizione a cura di Cristopher Rowe per la collana “Cambridge Texts in the History of Philosophy” ha “capacity”. Quella tedesca di Schleiermacher “Vermögen”.
Sul punto 3 vedi sotto la risposta all'analogo commento
EliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaNon so se sia corretta la proposta di Rovelli di rendere “dynamis” con “azione”. So però che Francesco Fronterotta, curatore dell’edizione BUR del Sofista, alla nota 192 relativa a Soph. 247, esclude “possibilità” e “potenza” come traducenti di “dynamis”.
RispondiEliminaLa traduzione inglese nell’edizione a cura di Cristopher Rowe per la collana “Cambridge Texts in the History of Philosophy” ha “capacity”. Quella tedesca di Schleiermacher ha “Vermögen”.
Le traduzioni inglese e tedesca di "dynamis" da te riportate sono comunque più vicine a "possibilità" e "potenza" che ad "azione"
EliminaRipeto: non ho sostenuto nulla a favore dell'interpretazione di Rovelli. Ho solo detto che alcuni commentatori escludono "potenza" e "possibilità".
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