James Joyce
(trad. Giulio de Angelis)
Mondadori, 2018, pp. 920
Finito di leggere l’Ulisse. Oltre novecento pagine, faticosissime. Un classico senza precedenti. Impossibile pensare a qualche romanzo inglese che in qualche modo gli possa assomigliare, o che per certi versi ne costituisca un’anticipazione. L’unico a cui mi è capitato di pensare è il Tristram Shandy di Sterne, il curiosissimo romanzo protomoderno, che sa già di postmoderno. Ma solo per via dell’apoteosi della digressione, che c’è anche nell’Ulisse, ma non ne costituisce la caratteristica più significativa. Impressioni contrastanti. Sicuramente capisci di essere davanti a un grande classico, originale, impegnativo, pieno di fascino, ipnotico, con le sue ellissi, la sua girandola di registri linguistici, di parodie, di allusioni letterarie, filosofiche, teologiche. Impossibile coglierle tutte, e nemmeno gran parte. E questa è una frustrazione costante della lettura. Una frustrazione che provocò a suo tempo una stroncatura di Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista svizzero, il quale, in una recensione del 1932 sulla Europäische Revue ebbe a scrivere: «Ho affrontato molte pagine con la disperazione nel cuore. L’incredibile versatilità dello stile di Joyce ha un effetto monotono e ipnotico. Nulla viene incontro al lettore, che anzi si allontana, lasciandolo a bocca aperta. Il libro è sempre scritto con uno stile molto alto e comunque lontano, insoddisfatto di sé, ironico, sardonico, virulento, sprezzante, triste, disperato, e amaro. Sì, lo ammetto mi sento preso in giro. Il libro non cerca di venirti incontro, non fa il minimo tentativo di essere gradevole e questo trasmette al lettore la fastidiosa sensazione di una strana inferiorità».
E non è la sola frustrazione e forse
neanche la più importante. Un’altra è data dalla fuorviante comparazione con l’Odissea omerica, con le trappole
comparative disseminate dallo stesso autore. Dietro cui emerge subito
l’antitesi: antieroismo, mancanza del percorso di formazione, di una trama
riconoscibile. E qui l’ultima osservazione. È certo un grande classico, ma
resta l’amaro in bocca di un’assenza. In fondo quel che cerca chiunque in un
romanzo è pur sempre una storia, comica o tragica, anche banale, ma una storia,
che si dipani in una trama riconoscibile. Qui la si cercherebbe invano.
10 gennaio 2020

"In fondo quel che cerca chiunque in un romanzo è pur sempre una storia, comica o tragica, anche banale, ma una storia, che si dipani in una trama riconoscibile. Qui la si cercherebbe invano." Ma non esiste solo la storia lineare...
RispondiEliminaCerto, e le recensioni a vari altri romanzi e racconti, come Infinite jest di Foster Wallace e Finzioni di Borges, stanno a dimostrare che ne sono ben consapevole e le so apprezzare anche quelle tutt'altro che lineari
RispondiEliminaLa trama non è facilmete riconoscibile ma c'è, come indicano gli schemi Gilbert e Linati...
RispondiEliminaMa quegli schemi sono ausili di lettura che illustrano, al massimo, paralleli con l'Iliade e l'Odissea, simboli, significati, tecniche, ma non la trama.
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