Ci sono voluti cinque mesi per scalare le quasi 1.300 pagine del romanzo di Foster Wallace, ma ne è valsa la pena. Grandioso, e non solo per la mole. Un capolavoro. Time lo mise tra i 100 migliori romanzi del XX secolo, e non credo sia un’esagerazione. Ma la sua lettura è certo un’impresa, non minore dell’Ulisse, l’unico a cui riesco a paragonarlo (cum grano salis) non solo per lunghezza, ma soprattutto per complessità, enciclopedismo, sperimentalità linguistica.
Tutti i canoni e tutte le
classificazioni narratologiche saltano, sotto tutti i profili.
Il genere: ambientato in un futuro
prossimo rispetto al tempo della scrittura (fu pubblicato nel 1996 e i fatti
narrati si svolgono nel 2008 o 2009, periodo in cui gli anni non sono più
chiamati con un numero ma col nome dello sponsor commerciale), è una distopia
leggera (nel senso che non si tratta di un incubo alla 1984, ma pur sempre di
uno scenario futuro dominato dalla pervasività delle sponsorizzazioni
commerciali e dell’intrattenimento mediatico), condita di satira,
tragicommedia, fantascienza, in un romanzo enciclopedico.
La narrazione è complessa e ruota
intorno ad almeno quattro trame senza soluzione, relativamente indipendenti
l’una dall’altra: 1. Le vicende della famiglia Incandenza, il cui capostipite,
James, è il fondatore dell’Accademia tennistica, l’ETA (uno dei principali
ambienti del romanzo), nonché fisico, cineasta sperimentale, alcolizzato,
suicida. 2. Le vicende legate all’ETA, al gioco del tennis, e alla formazione
di giovani adolescenti a questo sport. 3. Le vicende drammatiche legate alla
Ennet House, casa di recupero di dipendenti da diversi tipi di sostanze
(dall’alcol alle droghe pesanti). 4. La caccia a una cartuccia contenente un
filmato che provoca dipendenza fino alla catatonia e alla morte di chi lo vede.
Tale caccia vede come protagonisti i servizi segreti dell’ONAN, l’Organizzazione
degli Stati del Nord America (Stati Uniti, Canada e Messico, che sono stati
unificati), e i terroristi del Québec, che vogliono impossessarsene per usarlo
come arma di terrore, che si intrecciano in un gioco di spie, che fingono anche
doppi e tripli giochi. Il film, che si chiama Infinite jest, è opera di James
Incandenza, che è morto suicida facendosi esplodere la testa in un forno a
microonde (c’è anche la spiegazione tecnica di come sia possibile far
funzionare il forno con lo sportello aperto).
La narrazione delle vicende delle varie
trame si alterna senza alcun ordine apparente e senza scansione di capitoli e
paragrafi, con solo un interspazio a segnalare il passaggio dall’una all’altra
trama, all’interno di una partizione con solo il titolo di un giorno o un mese
del calendario (ad es. FINE OTTOBRE – ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND).
La struttura narrativa è ancora più
complessa, perché, come si diceva, saltano tutte le tassonomie narratologiche:
vi sono narratori multipli, una focalizzazione interna plurima, con narratori
apparentemente eterodiegetici (ma non sempre: Hal Incandenza, uno dei figli di
James, narra quasi sempre in prima persona, e potremmo perciò chiamarlo anche
il protagonista del romanzo, ma non di tutte le trame). Anche se per lo più i
narratori raccontano in terza persona, in realtà si tratta psicologicamente di
una prima persona, cioè il narratore in terza persona racconta fatti, vicende,
sentimenti e stati d’animo di uno dei personaggi come se fosse questi, visto
dall’interno, mentre tutti gli altri sono visti dall’esterno. A volte, intere
parti sono fatte di soli dialoghi, senza narrazione.
I registri linguistici sono differenti e
adattati al narratore psicologico, cioè al protagonista di volta in volta
narrato con la prima o la terza persona. Si ha così una sorta di erlebte rede
piuttosto sui generis.
Variano naturalmente anche i registri
emotivi, a seconda che si parli del drogato, del ladro, del dottore, del
tennista, del fuori di testa o del trans (e per diverse di queste parti si
sente fortissima l’esperienza diretta).
I temi che si intrecciano si prestano a
questo alternarsi di registri emotivi: dipendenza dalle sostanze o
dall’intrattenimento, cinematografia, gioco, competizione, violenza, crudeltà,
sono resi con registri che vanno dalla comicità più esilarante al dolore
straziante delle vittime delle violenze, soprattutto bambini, all’ossessione
competitiva del gioco, all'ossessione politica dei terroristi, al narcisismo
grottesco di alcuni politici (il presidente dell’ONAN è un ex-cantante che
ricorda profeticamente alcuni tratti di Trump).
Il lessico, di conseguenza, è adattato
con straordinaria perizia alle varie circostanze e ai vari personaggi, dal
gergo sportivo tennistico, a quello medico specialistico (in particolare relativo
alle droghe, ai farmaci e agli effetti patologici), a quello cinematografico, a
quello giudiziario, a quello filosofico e teologico, allo slang e al gergo da
strada.
Un’altra caratteristica è rappresentata
dall’ossessiva attenzione alla descrizione dei particolari degli ambienti e
delle persone, anche quelli apparentemente più incongrui. Qualcuno (Stephen J
Burn) ha parlato di realismo isterico, ma preferisco piuttosto usare le parole
che l’autore mette in bocca a uno spettro sognato (?) da uno dei protagonisti,
il tossico riabilitato Don Gately, disquisendo di cinematografia: “completo ed
egualitario realismo uditivo senza figuranti” (p. 1004).
Essenziale è anche l’inconsueto uso
delle note a piè di pagina (se ne contano 388, alcune a loro volta annotate),
molte delle quali chiariscono vicende importanti, quando non sono a loro volta
ulteriori racconti, in un gioco di specchi e di rimandi.
Centinaia le questioni che meriterebbero
di essere ulteriormente sviluppate, ma mi piace citare almeno la cinematografia
sperimentale di J. Incandenza. Esilarante è la filmografia riportata in una
nota, con titoli e trama sintetica. Ne cito uno solo: “Immanent Domain (Dominio
immanente). […] Tre neuroni mnemonici […] nella circonvoluzione del lobo
frontale del cervello di un uomo (Watt) lottano eroicamente per non essere
sostituiti da nuovi neuroni mnemonici quando l’uomo si sottopone a psicoanalisi
intensiva”. Foster Wallace si diverte spesso a ironizzare sul cinema
sperimentale. “Una donna dell’University of California-Irvine si era guadagnata
una cattedra con un saggio in cui sosteneva che il dibattito ragione/non
ragione su ciò che era non-divertente nel lavoro di Lui in Persona [così era
chiamato da tutti James Incandenza] illuminava i conundra [enigmi] centrali della
cinematografia après-guarde di fine millennio, gran parte dei quali, nell’età
teleputerizzata dell’intrattenimento solo casalingo, riguardava la questione
sul perché tanti film esteticamente ambiziosi fossero così noiosi e perché
l’intrattenimento commerciale, merdoso e riduttivo com’era, fosse così
divertente” (p. 1137).
Profetico il romanzo sulla pervasività
dell’intrattenimento (che prefigura insieme la odierna tv commerciale, Internet
e Netflix).
2 marzo 2021

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