martedì 13 agosto 2024

Yuval Noah Harari
21 lezioni per il XXI secolo
Bompiani, pp. 490

Dopo Sapiens e Homo Deus, siamo al terzo best-seller dello scrittore israeliano. Il testo, che delinea gli scenari del futuro più o meno prossimo, si suddivide in cinque parti, rispettivamente dedicate alla sfida tecnologica, alla sfida politica, alla disperazione e alla speranza, alla verità, alla resilienza. Ciascuna parte è suddivisa in vari capitoli che affrontano una notevole varietà di temi: lavoro, libertà, uguaglianza, nazionalismo, religione, immigrazione, terrorismo, guerra, Dio, laicismo, ignoranza, giustizia, fantascienza, istruzione, senso, meditazione. Insomma, brevi note sull’universo futuro. Bibligrafia e sitografia ricchissime.

Harari è diventato una sorta di guru, anche per la capacità di comunicare in modo semplice, talora semplicistica, problematiche complesse, nonché per navigare sull’onda del pensiero mainstream: è omosessauale e omosessualista (il libro è dedicato al marito), ambientalista, illuminista-scientista con correzione orientaleggiante meditazionista.

Senz’altro affascinanti sono gli scenari futuri, delineati nei vari campi in tutta la loro problematicità, con prospettive che vanno dall’entusiasmante al distopico, pur con l’avvertenza che oggi meno che mai possiamo fare previsioni affidabili.

Particolarmente preoccupante appare l’impatto che possono avere i big data e l’intelligenza artificiale, il cui perverso intreccio, nelle mani di poteri senza controllo, può produrre quello che l’autore chiama l’hackeraggio degli umani (p. 347), cioè la capacità di riuscire a dominare totalmente le scelte e le opzioni di ciascuno di noi in ogni campo.

E qui cominciano i problemi. Perché l’ambizione del libro è di indicare anche le linee di difesa facendo ricorso a consigli e argomenti del tutto contraddittori e filosoficamente assai superficiali, in maniera persino irritante, tanto da far sospettare quanto usurpata sia la fama dello scrittore.

L’autore sin dall’inizio ostenta una filosofia di riduzionismo evoluzionista e determinista che nega del tutto l’esistenza di qualcosa come l’”io”, la coscienza, il libero arbitrio, l’autodeterminazione, ecc. Ovviamente, tutti sappiamo che siamo condizionati da molteplici fattori biologici, sociologici, economici, politici, ideologici, ecc., ma ritenere che tali fattori determinino tutto (e non è mancata nella storia della filosofia un’idea simile, per quanto argomentata con ben diverso rigore) e allo stesso tempo far ricorso a quell’io negato per sottrarsi ai condizionamenti o quantomeno per diventare autoconsapevoli, è privo di senso.

Riporto una serie di citazioni. “Quando cominciate ad esplorare i molteplici modi in cui il mondo vi condiziona, alla fine vi rendete conto che il cuore della vostra identità è un’illusione complessa creata da reti neurali” (p. 326). “Non esiste un autentico sé che attende di essere liberato dall’involucro del condizionamento” (p. 328). “Secondo le più approfondite ricerche scientifiche, non esiste alcuna magia dietro le nostre scelte e creazioni. Esse sono il risultato degli scambi di segnali biochimici tra neuroni, e anche se liberate gli esseri umani dal giogo della Chiesa cattolica e dall’Unione Sovietica, le loro scelte saranno dettate da algoritmi biochimici tanto spietati quanto l’Inquisizione e il KGB” (p. 391). “l’io è una storia fittizia che complessi meccanismi della nostra mente elaborano, aggiornano e riscrivono” (p. 393).

Dunque, contro l’illusione dell’io non resta che ricorrere agli insegnamenti del Buddha, nella loro interpretazione più nichilistica: dal momento che tutto muta, niente ha un’essenza duratura e qualsiasi cosa si faccia produce dolore, che fare? “Non fare niente. Assolutamente niente” (p. 397).

(Ma se Buddha si salva, non si salva il buddhismo, che come narrazione religiosa non si è sottratta, come tutte le altre narrazioni religiose, a una storia di violenze e contraddizioni).

Non meraviglia che l’ultimo capitolo del libro sia dedicato alla meditazione Vipassana (introspezione), che l’autore pratica da tempo per due ore al giorno (al suo maestro Goenka l’autore aveva dedicato il libro precedente). Questa pratica meditativa avrà avuto almeno un merito, se è vero che Harari, in un passo di questo capitolo, arriva ad affermare, in contraddizione con quanto detto in precedenza, che mente e cervello sono cose diverse e non facilmente riducibili: “In molti, compresi parecchi scienziati, tendono a confondere la mente con il cervello, ma sono cose assai differenti. Il cervello è una rete materiale di neuroni, sinapsi e sostanze biochimiche. La mente è un flusso di esperienze soggettive, come il dolore, il piacere, la rabbia, l’amore. […] Microscopi, scanner cerebrali e potenti computer […] ci mettono nelle condizioni di rilevare le attività biochimiche ed elettriche del cervello, ma non ci danno alcun accesso alle esperienze soggettive associate a queste attività” (p. 411).

Ora, la domanda che sorge è: chi è il soggetto che medita? chi è l’attore e il destinatario del processo di autoconsapevolezza? Stavo scrivendo queste cose, quando ho notato che nel corso di un’intervista all’autore, in appendice al libro, proprio la giornalista Cindy Spiegel pone gli stessi miei quesiti. In particolare, la sua seconda domanda è la seguente: “Se gli esseri umani non sono dotati di libera volontà, perché ti dai la pena di scrivere libri?” L’autore, dopo aver premesso di voler lasciare da parte la filosofia astratta (sic!) ed esaminare la questione da una prospettiva pragmatica, si avvolge in un giro di frasi che non rispondono alla questione e producono ulteriori contraddizioni, come queste: “il libero arbitrio diventa un grande ostacolo all’esplorazione di se stessi e all’autoconsapevolezza” (p. 420). Ma chi è l’autos della consapevolezza? La giornalista incalza: “Raccomandi alle persone di esplorare la loro realtà e allo stesso tempo affermi che il sé è un’illusione. Ma se è così, chi sarebbe incaricato dell’esplorazione?” Anche qui risposte vaghe e contraddittorie, del tipo “L’unico modo per rispondere a tali interrogativi è osservare direttamente la realtà, che è una cosa molto difficile da fare. […] raccomanderei di impegnarti nell’esercizio dell’esplorazione interiore […] La sola cosa che non funziona mai con chiunque è la pura speculazione intellettuale. Non otterrai mai risposte grazie alla sola lettura di libri, discussioni di teorie, e pensieri contemplativi” (p. 421).

E così, dopo aver ridotto la storia delle varie civiltà a una storia di narrazioni, tutte mendaci e mitologiche (col piglio del più superficiale atteggiamento illuministico privo di senso storico), affossa in una sola battuta anche la storia della filosofia (e della psicologia) e dei suoi tentativi di fornire argomenti meno mitologici e più razionali all’indagine della realtà esterna e interna. Rimane solo la scienza, nella più ristretta visione scientistica, in accoppiata stramba con la meditazione buddhista, nella sua versione più nichilistica.

Gli argomenti del libro sono moltissimi e alcuni altri meriterebbero considerazioni e riflessioni, come la globalizzazione, il terrorismo, la religione e il laicismo, l’etica, su molti dei quali sorgerebbero analoghi rilievi e si constaterebbero ulteriori contraddizioni. Ma quanto detto credo sia sufficiente a illustrare una prospettiva critica, stimolando magari prospettive di letture diverse e più consonanti.

18 febbraio 2021



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