Intrigato da una recensione del Corriere della sera, ho comprato e letto questo libro, con profonda delusione. La recensione infatti era largamente fuorviante: enfatizzava eccessivamente un'idea, pure presente nel libro, ma con una rilevanza e in un contesto affatto diversi.
L'idea è sì quella di ricentrare il
compito educativo sul ruolo dell'insegnamento e sull'insegnante, in
controtendenza rispetto alle mode pedagogico-didattiche degli ultimi decenni
centrate sull'apprendimento e sullo studente, ma l'autore, consapevole che tale
progetto può essere accusato di conservatorismo, si premura di dirci che
avrebbe voluto dare al libro come sottotitolo "Argomenti progressisti per
un'idea conservatrice" (p. 4). La sua avversione alla svalutazione del
compito dell'insegnante, confinato al ruolo di facilitatore dell'apprendimento,
è determinata dalla più generale avversione alla learnification, ovvero all'idea pervasiva della riduzione
dell'educazione all'apprendimento, all'acquisizione di competenze funzionali
magari al mercato, dimenticando il ruolo centrale educativo, che per lui consiste
nell'accendere il desiderio di esistere come soggetto, ovvero come adulto che
esiste nel mondo senza occuparne il centro.
Quest'idea è senz'altro interessante e
condivisibile, anche perché combatte un pericolo insito in tutta la tematica
della centralità dello studente e dell'apprendimento, ovvero quello del
narcisismo. Esistere come soggetto adulto, capace di stare nel mondo senza
occuparne il centro è espressione efficace e intrigante. Ma l'interesse finisce
qui.
L'autore, infatti, sviluppa l'argomentazione
attraverso un complesso confronto filosofico e pedagogico con Lévinas, Freire,
Rancière, non sempre convincente, talora noioso, sempre preoccupato di non
essere sufficientemente progressista. Ma soprattutto, nella polarizzazione
insegnamento-apprendimento, quel che si perde è il terzo incomodo, del tutto
assente dalla trattazione: l'oggetto dell'insegnamento e dell'apprendimento,
ovvero il sapere. Come è possibile parlare di compito educativo, insegnamento,
apprendimento, trasformazione dello studente in soggetto adulto ecc. in un
vuoto di contenuti?
Nella scuola si pensa che questo possa
avvenire solo trasmettendo il patrimonio di conoscenze e di sapere elaborato
dall'umanità ai discenti, in modo che essi, assimilando a vari livelli
l'essenziale, siano in grado di crescere e magari di criticare quel che è
errato o desueto e, se si riesce, aggiungervi qualcosa di proprio e trasmettere
poi alle generazioni future quanto ricevuto e incrementato.
Questo processo fa sì che l'opera di chi
ci ha preceduto e la nostra stessa opera abbia senso, per noi e per chi verrà.
Viceversa, annullare questa
tradizione-trasmissione creativa rende priva di senso tutta l'opera didattica.
Pensare che si possa accendere il desiderio di essere soggetto senza avere
legna da ardere in questa accensione è pura utopia. La legna da ardere è il
patrimonio del sapere elaborato da generazioni: scienza, letteratura,
religione, arte, tecniche e tutte le relazioni che si intessono nella
trasmissione di tale patrimonio.
Solo attraverso un lungo tirocinio e
confronto con tale patrimonio si possono sviluppare le doti critiche che
consentono poi allo studente di comprendere, maturare, capire ciò che è
importante e ciò che non lo è, criticare, apportare il suo piccolo contributo.
Questo richiede non solo un ruolo
fondamentale del docente, ma di tutta la comunità degli scienziati e degli
specialisti delle discipline, un vasto lavoro editoriale per redigere libri di
testo autorevoli (altro che libri autoprodotti!), programmi ministeriali
adeguati, politica scolastica all'altezza, capacità didattiche, ecc.
Esporre gli studenti al mare magnum
delle informazioni digitali disponibili in rete, riducendo il docente a
facilitatore, significa semplicemente consegnare la scuola e gli studenti al
naufragio.
22 maggio 2022

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