venerdì 4 ottobre 2024

Pubblico volentieri una recensione di una mia amica ed ex collega, Anna Maria Amoruso.

F. Dostoevskij

Delitto e castigo

Delitto e castigo di F. Dostoevskij è un romanzo che avvince e sa sollecitare l’interesse, pur senza colpi di scena, in quanto la vicenda ruota intorno ad un delitto di cui si conosce fin dall’inizio il colpevole che fa di tutto per allontanare da sé i sospetti, pur sempre accarezzando il desiderio di rivelare la verità e di essere riconosciuto come responsabile dell’omicidio di una vecchia usuraia.

Tutta la narrazione è centrata prevalentemente sui pensieri e le azioni dell’assassino che si mostra in tutte le sue debolezze e fragilità, arricchendosi di minuziose descrizioni fisiche e psicologiche di altri personaggi, nonché di ricostruzioni degli ambienti privati e urbani.

Il delitto si consuma nell’abitazione della vecchia usuraia, nel città di Pietroburgo. Il romanzo descrive minuziosamente strade, luoghi e ambienti poverissimi, animati da personaggi oppressi dalla fame, dal bisogno e dalla miseria, a tal punto che sembra un miracolo ritrovare personaggi come Dùnja e Razumichin, che si muovono su un piano di maggiore coerenza interiore, o come Sònja dotata di sensibile profondità spirituale.

Sicché, dal degrado interiore e materiale di alcuni personaggi, sullo sfondo di un ambiente malsano e corrotto, ci si eleva verso personaggi più complessi, senza stonature.

Accade così che Svidrigajlov non accetta il fallimento dei suoi spregevoli piani spingendosi fino al suicidio, in lineare coerenza con le sue note caratteristiche, mentre altri personaggi, come Sonja e Rodiòn il protagonista, si presentano molto più complessi sommando in sé bene e male, luce e ombra, puntando al riscatto dalle proprie miserie interiori ed errori.

Sonja accetta con dignità di prostituirsi per mantenere la famiglia pur conservando l’onestà, la purezza interiore e la fede, nonché la stima di chi comprende il suo dramma. È proprio lei a spingere Rodiòn verso la chiarificazione interiore e l’autodenuncia.

Il protagonista Rodiòn Raskòlnikov vive, fin dall’inizio del racconto un rapporto ambivalente, prima con il proposito di uccidere e poi con il delitto commesso, facendo i conti con i suoi rimorsi e con le tante paure. Oscilla così tra l’essere un omicida per ragioni diverse e il sembrare un essere innocuo, incapace di fare del male, vivendo questa contraddizione in sintonia tra ammissioni del suicidio e tentativi di scagionarsi, fino al momento in cui avverte di non potersi più sottrarre alla propria coscienza, mettendo a nudo le proprie responsabilità.

L’epilogo contenuto nelle ultime pagine del romanzo si apre sull’ampio respiro che hanno gli ariosi spazi della Siberia, dove Rodiòn Raskòlnikov sconta la sua pena ai lavori forzati, ben contento di aver recuperato la propria integrità e capace di sognare una nuova vita con Sònja. Il narratore giustifica, proprio nell’epilogo, lo sconto di pena di Rodiòn, elencando una serie di azioni positive che avevano accompagnato il corso della giovane vita del disgraziato assassino, illuminandolo di generosità e di altruismo.

Tutti gli altri personaggi sono incastonati con sapienza nella soffocante Pietroburgo, caratterizzando un ambiente sociale e un’umanità con più ombre che luci, che fa da contorno a Rodiòn e Sònja, unici capaci di autentico riscatto.

Il romanzo si chiude su un desiderio che non ha tuttavia certezze, preannunciando una nuova storia che non sarà mai scritta da F. Dostoevskij.



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