martedì 8 ottobre 2024

Philip Roth
Pastorale americana
1997, ed. italiana Einaudi 1998
Traduzione di Vincenzo Mantovani

Avevo cominciato la lettura di questo romanzo molti anni fa, quando uscì nella Biblioteca di Repubblica, ma lo lasciai dopo il primo capitolo, forse meno, non ricordo perché. L'ho ripreso di recente e finito d'un fiato, benché sia una lettura impegnativa.

Scritto nel 1997, ne fu subito riconosciuta la grandezza e premiata col Pulitzer nello stesso anno. Roth era già famoso per Il Lamento di Portnoy e questo confermò la statura di grande scrittore.

C'è la voce narrante, nella prima parte del romanzo, di Nathan Zuckerman, alter ego dello scrittore, già presente nello stesso ruolo di narratore o protagonista in altri suoi romanzi. Ma spesso questa voce cede il passo ai flussi di coscienza del protagonista, Seymour Levov, chiamato lo Svedese, un ragazzo ebreo ma di capigliatura bionda, fisico statuario, campione sportivo, integrato perfettamente come un tipico ragazzone americano, sano, buono, bravo e di successo, ammirato dal narratore da giovane, quando frequentava la stessa scuola, peraltro nella stessa classe del fratello minore dello Svedese, Jerry. Lo incontra per caso a una partita di baseball e poi dieci anni dopo su richiesta di lui, che forse voleva fargli leggere qualcosa che stava scrivendo, ma poi non si sbottona. Incontra invece il fratello Jerry alla quarantacinquesima riunione dei compagni di scuola e apprende che lo Svedese era morto e che la sua vita era stata stravolta dalla vicenda dell'amatissima figlia che, sedicenne, era diventata terrorista di sinistra e aveva ammazzato con le bombe quattro persone.

Ecco allora che lo scrittore tenta di immaginare una ricostruzione della vicenda umana di quest'uomo, dalla fase di ascesa di campione sportivo della sua scuola e poi di imprenditore di successo e marito esemplare di una ragazza cattolica di origine irlandese ex miss New Jersey, della sua famiglia esemplare, che coniugava la vita imprenditoriale, ma nel rispetto progressista dei lavoratori e del territorio, con la l'ideale quasi roussoviano-thoreauviano della vita familiare immersa in ambiente naturale e a contatto con natura e terra (di qui anche il senso del titolo del romanzo), e infine l'amore per la figlia, il cui unico difetto era un'ostinata balbuzie. Fino all'esplosione della rabbiosa conflittualità di quest'ultima, nel contesto degli anni della guerra in Vietnam e degli scontri razziali dei sessanta, che sfocia nel terrorismo assassino.

Qui comincia la caduta (è il titolo della seconda parte, mentre la prima si chiama Paradiso ricordato e la terza Paradiso perduto). E comincia lo scavo nella vita interiore del protagonista, in un andirivieni di flash back e flash forward, di contrastanti monologhi interiori e flussi di coscienza che oscillano tra la ricerca di un responsabile della degenerazione della figlia - che non poteva essere responsabile di questi crimini - e la ricerca di eventi nella storia familiare che potessero aver prodotto tale degenerazione.

In questo andirivieni, ogni momento messo a fuoco aggiunge una prospettiva nuova su ogni protagonista, che però non annulla la precedente, ma si aggiunge stratificandosi, senza mai però dare un quadro compiuto di essi. Come del resto, non vi è un quadro compiuto della storia. "Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi e dalla propria storia."

E la mancanza di senso, partita dall'incapacità di dare una risposta alla tragedia della figlia, si rintraccia narrativamente nella mancanza di una conclusione risolutiva: non c'è una chiusura della storia, il romanzo si conclude con due domande; non sappiamo che fine fa la figlia, non scopriamo il mistero dell'enigmatica Rita Cohen, presunta ambasciatrice di essa, non sappiamo che fine fa la relazione dello Svedese con la bella moglie, dopo la scoperta del suo tradimento (anche se all'inizio abbiamo conosciuto lo Svedese con i figli nati in seconde nozze).

Lungi dal modello del romanzo di formazione, si tratta, potremmo dire, di un romanzo di deformazione, della degenerazione del modello del sogno americano. Ma non vi è una critica in funzione di un'alternativa. Ancor più forte è la critica dei critici del sogno americano. Impietosa l'ironia sul "sadico idealismo" dei "tanti ferali difensori degli oppressi della terra".

Sicché la messa in luce dei vizi e delle virtù, dei limiti e dei difetti delle precedenti generazioni, che fossero gli ebrei di Newark, gli irlandesi cattolici americani o i wasp, non concede nulla all'ideologia antiamericana. "Tre generazioni. Tutte avevano fatto dei passi avanti. Quella che aveva lavorato. Quella che aveva risparmiato. Quella che aveva sfondato. Tre generazioni innamorate dell'America. Tre generazioni che volevano integrarsi con la gente che vi avevano trovato. E ora, con la quarta, tutto era finito in niente. La completa vandalizzazione del mondo".

Ovviamente, il valore del romanzo non è nelle idee dei protagonisti o del narratore, ma nella capacità di farle emergere dalla realtà narrata, dalla qualità della scrittura, dalla capacità di narrare la storia e, quando questa esce dai cardini, di rendere questa fuoriuscita con una scrittura che le renda giustizia e vi si adegui.

Philip Roth riesce potentemente nell'impresa.

16 luglio 2023



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