venerdì 4 luglio 2025

Massimo Campanini
Il Corano e la sua interpretazione
Editori Laterza, pp. 150

Questo agile libretto del 2004 di un valente arabista affronta sinteticamente tutti i temi essenziali relativi al libro sacro dell'Islam, a cominciare dal rapporto tra Corano e Islam (cap. 1), religione profetica in continuità problematica con le altre due religioni semitiche monoteiste, ebraismo e cristianesimo, che l'Islam pretende di incorporare, modificandone alcuni aspetti peculiari e presentandosi come il sigillo della profezia e dunque termine ultimo, definitivo e più autentico della rivelazione.
"L'Islam è una religione antidogmatica", nel senso che è priva di un apparato dogmatico e un magistero ecclesiastico con autorità centrale. "Lo studio della teologia è inessenziale. Ciò che vincola i musulmani, piuttosto, è la patica del culto, i 'cinque pilastri', oltre alla professione di fede, la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e l'elemosina legale. Perciò l'Islam è eminentemente un'ortoprassi. Per salvarsi è indispensabile agire" (pp. 9-10). 
Questo aspetto, insieme con l'inesistenza di sacramenti, rende superflua una classe sacerdotale. La funzione dei sacerdoti è svolta dagli 'ulamâ', gli esperti di diritto e di scienze religiose. 
Viene affrontato poi (cap. 2) il problema della composizione e della struttura del Corano. Come è noto, ai tempi di Maometto la rivelazione si trasmetteva e si diffondeva oralmente, man mano che il profeta la riceveva dall'arcangelo Gabriele. Il problema dello stabilimento di un testo scritto si pose inesorabilmente dopo la morte del profeta e attraversò varie vicissitudini fino alla redazione definitiva con Othmân, redazione universalmente riconosciuta dai musulmani, anche dagli sciiti, che contestano solo l'autenticità di alcuni passi relativi ad Alî, cugino e genero di Maometto, che rivendicava il califfato e che fu all'origine dello scisma. 
Naturalmente i risultati filologici degli studiosi non islamici differiscono in parte da quelli degli islamici, e questo è inevitabile, si può dire, per ogni testo sacro, a maggior ragione per un testo come il Corano, che i fedeli considerano intoccabile in quanto dettato direttamente dalla divinità.
Quanto alla struttura, la cosa si complica, perché il testo riconosciuto non ha né un ordine cronologico né un ordine tematico. Il massimo arabista italiano, Francesco Gabrieli, definì il testo un 'insopportabile guazzabuglio'. Campanini è più cauto e rispettoso, pur non negando il disordine cronologico e tematico tra le varie sure e persino all'interno delle più lunghe.(p. es. la seconda sura "La vacca", cfr. p. 38).
Il cap. 3 si occupa della concezione di Dio, dell'uomo e della profezia. Poco da dire sulla teologia coranica: monoteismo assoluto, più in continuità con l'ebraismo che col cristianesimo, di cui si contesta la concezione della trinità e la divinità di Cristo, pur accettando la figura di Gesù come profeta. 
Più problematica l'antropologia, dove si riscontrano quasi le stesse discussioni della teologia cristiana riguardo al problema del libero arbitrio, mentre assai distante dal cristianesimo appare il rapporto con la politica, essendo l'Islam, come abbiamo detto, essenzialmente un'ortoprassi e pertanto naturalmente vocata a rendere la religione anche un ordinamento giuridico e politico vincolante per tutti. Problematica è inoltre la concezione del jihâd, inteso come battaglia interiore e combattimento bellico contro gli infedeli, con sure e versetti molto differenti tra il periodo meccano (più tolleranti) e quello medinese (più violente e intolleranti).
Nel cap. 4 si affrontano una serie di problemi oggetto di discussione sia tra gli studiosi islamici che tra quelli occidentali, a cominciare dal significato del termine "Corano" (questione non del tutto univocamente definita), per passare a come il Corano definisce se stesso. E' la parola di Dio, il suo Logos, ma è creato o increato? Non è chiaro nel testo, ma la soluzione comporta notevoli conseguenze in rapporto alla sua interpretazione e storicizzazione, che dividono gli studiosi, soprattutto islamici, tra conservatori e innovatori. 
C'è poi il problema della coerenza tra sure e versetti, dell'esistenza di quelli che il testo chiama versetti "solidi" e versetti "metaforici" o "allegorici", di versetti che si contraddicono e pertanto richiedono di essere interpretati, o addirittura "abrogati" (c'è in intero versante di studi sull'"abrogante" e l'"abrogato"), sulla coerenza della sunna (la tradizione orale e gli hadît o detti del profeta, e il testo scritto, e così via. 
Per finire, lo spinoso problema dell'autenticità del Corano, problema che ha un senso, ovviamente, solo per gli studiosi orientalisti non islamici.
Campanini conclude il suo libro con uno sguardo alle letture contemporanee del Corano, che vedono, oltre alle ripetizioni pedisseque dei commenti tradizionali e tradizionalisti (i secoli d'oro degli studi filosofico-teologici islamici, cioè quelli medioevali, sono lontani), per un verso i tentativi di studiosi radicali che praticano un deciso letteralismo e predicano il ritorno alle origini della società maomettana; per l'altro gli sparuti tentativi dei novatori, che cercano una lettura meno dogmatica, un tentativo di storicizzazione e di apertura alla modernità. Una minoranza, quest'ultima, molto criticata e talora perseguitata. Non che i radicali se la passino meglio (Sayyid Qutb, per esempio, l'ispiratore dei Fratelli musulmani, marcì nelle carceri di Nasser, come oggi i suoi seguaci nelle carceri di Al-Sisi), perché a loro modo sono una minaccia per le classi dirigenti arabe. 
Tuttavia, la concezione del testo sacro come direttamente dettato da Dio (sia pur tramite l'arcangelo Gabriele) e non semplicemente ispirato dalla divinità (come nel Vecchio e Nuovo Testamento) rende la rivelazione difficilmente malleabile sul piano interpretativo e assai meno aperta alla storicizzazione e all'innovazione.

4 luglio 2025



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