A libro aperto. Una vita è i suoi libri
Feltrinelli, pp. 188
Nella prolifica produzione di Recalcati questo saggio, dedicato al libro e alla lettura, presenta profili di particolare interesse perché coniuga, insieme a considerazioni sull'argomento, esperienze vive di lettura, interpretazioni originali di esse e tratti autobiografici.
La prima parte è dedicata ad illustrare il significato del libro e del leggere: considerazioni interessanti, ma niente che non sia stato già detto, soprattutto dall'ermeneutica filosofica, a cominciare dal fatto che il libro è un incontro (p. 25) che dà una forma nuova alla vita e che modifica non solo il lettore ma il testo stesso. "Tutte le dispute sull'interpretazione sono la prova di questo potere. È l'interpretazione di un testo, infatti, che rende il testo diverso da quello che pensavamo che fosse; che, per certi versi, lo riscrive sottraendolo all'autore" (p. 43). E "quando leggiamo un libro, possiamo fare l'esperienza di sentirci nello stesso tempo letti dal libro che leggiamo. Sicché impariamo qualcosa di chi siamo dal libro che leggiamo perché noi stessi in fondo siamo un libro che attende di essere letto" (pp. 48-49).
C'è inevitabilmente molta retorica sull'argomento e anche sul fatto che i libri possono talvolta essere purtroppo armi violente.
Più interessante la seconda parte, perché qui passiamo a concrete esperienze di lettura che hanno inciso profondamente sull'autore e che forniscono significativi stimoli interpretativi per tutti.
L'Odissea, i Vangeli, Il sergente nella neve, La nausea, Essere e tempo, l'Interpretazione dei sogni, Al di là del principio di piacere, L'idiota di famiglia, gli Scritti di Lacan, La strada rappresentano tappe della formazione ed esercizi di interpretazione di sicuro interesse, benché diversi di questi autori (Sartre, Lacan) non siano precisamente la mia cup of tea. Questi capitoli offrono una prospettiva di lettura originale anche a chi ha già frequentato quei testi.
Attraversando queste letture Recalcati ci offre anche sprazzi di autobiografia e delinea l'itinerario della sua crescita intellettuale, del suo percorso analitico e delle sue scelte professionali.
Qui mi limiterò a qualche osservazione critica sul suo amato Lacan e sulla sua interpretazione recalcatiana.
Non sono un gran conoscitore dello psicoanalista francese, ma la mia impressione è che se Gadamer ha urbanizzato Heidegger, rendendolo anche più leggibile e digeribile, Lacan ha urbanizzato Freud, rendendolo però meno leggibile, ma Recalcati ha reso più leggibile Lacan. Quando parlo di urbanizzazione intendo un ammorbidimento. Lacan ha depurato Freud e il suo inconscio dei tratti più oscuri e inquietanti, pretendendo di addomesticarlo e giungere a un'alleanza con esso. "Ciò che mi colpì più intensamente fu innanzitutto l'incontro con una nuova idea di inconscio rispetto alle versioni che avevo sino ad allora studiato all'università. Venivo da studi freudiani condizionati da una rappresentazione dell'inconscio come erede della tradizione romantico-irrazionalista. Ma negli Scritti di Lacan l'inconscio non era più nulla di tutto questo; non una profondità, un sottosuolo, una grotta - quella di Circe o Polifemo? - dove circolano le nostre pulsioni più irrazionali e selvagge. Non era il Mr Hyde del dottor Jekyll. Piuttosto, Lacan lo svelava, innanzitutto, come il luogo di una parola nuova. Di una parola in grado di non divergere dal desiderio, di essere una portavoce" (p.162). La lezione di Freud "poneva in primo piano l'Es come un male, un caos, una follia
che, appunto, solo l'azione dell'io avrebbe potuto padroneggiare e disciplinare. La psicoanalisi diviene in questo modo una dottrina teorica e una pratica terapeutica che incoraggia la normalizzazione del desiderio sottoposto all'attività normativa dell'Io come rappresentante del principio di realtà " (p. 164). "Lacan apriva uno scenario differente: il 'dovere' (sollen) dell'Io non era quello di sottomettere al suo potere l'Es, ma di accordare (come si dice di uno strumento musicale) l'Io all'istanza del desiderio che lo abita" (p. 165).
In tal modo, però, ci si rifiuta di vedere l'aspetto inquietante, irrazionale, asociale dell'Es, si edulcora il principio di piacere e il desiderio, aprendo la strada a una sorta di buonismo psicoanalitico del tutto estraneo alle sue radici freudiane.
11 maggio 2025
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