Martino Sgobba
Le parole restano, pp. 150
Il mare è soltanto acqua, pp. 121
Giovane Holden edizioni
Da estimatore della narrativa di Sgobba mi accorgo di non aver recensito le sue due pubblicazioni di esordio, che pure avevo letto a suo tempo e che ho ripreso in mano per colmare la lacuna.
Si tratta di due raccolte di racconti, la prima del 2010, la seconda dell'anno dopo, diverse solo per la lunghezza degli scritti: la prima raccoglie 31 racconti generalmente molto brevi, talora dei flash di una o due pagine; la seconda si compone di nove racconti più lunghi, piccole storie, quasi microromanzi. Ma la scrittura è la stessa che conosciamo e abbiamo apprezzato in tutti gli altri scritti, racconti o romanzi.
Leggendo il suo esordio, si può dire che il narratore nasce maturo: non si incontrano asprezze, ingenuità, immaturità narrativa. Si trova lo stesso inimitabile timbro, originale, creativo, sorprendente, profondo, mestamente ironico. Anche i temi sono variazioni di alcuni elementi autobiografici giocati nella trasfigurazione narrativa: le origini familiari e territoriali, i treni e le stazioni del suo peregrinare, le regioni di approdo temporaneo (Brianza, Veneto), l'osservazione della gente, la scuola (si vedano "L'ultima lezione" in Le parole restano, e "Il corpo docente" in Il mare è soltanto acqua).
Il punto forte della pagina di Sgobba è la lingua, la lavorazione creativa delle parole, delle descrizioni, dei concetti. "Un groviglio di parole veloci e senza pausa, proveniente da quattro donne slave di incerta e disorientata età, in festiva libertà dal servaggio domestico, dall'assistenza di uomini e donne al capolinea della vita in qualche villa della Brianza" (Le parole..., p. 19). "E' giovane, forse peruviana, respira in italiano e spagnolo, ha orecchini cerchiati ed è viva come lo sono le donne che non hanno tempo per la malinconia. E' una donna delle pulizie: dalla polvere estrae il futuro dei suoi figli" (Le parole..., p. 21).
Un'attenzione particolare Sgobba riversa sugli irregolari, gli emarginati, di cui cerca di penetrare e immaginare i pensieri, i sentimenti, le ottusità e le miserie, talora in pagine di grande lirismo della pietà (come nel racconto "Luca e Raffaelle", due bambini gemelli prostituiti dalla madre), talaltra con una rassegna articolata di varie tipologie, come nel racconto "I nostri folli quotidiani": "Da piccolo, acrobatandosi sul balcone, arcobalenava urina sui passanti e rideva come un pazzo guardandoli urlare" (Le parole..., p. 59). "Il padre lo raccolse dall'autobus come si raccoglie un giovane ulivo spezzato dal vento. Ora cammina per lunghi giri obliqui di ellisse senza fuochi. E poi riprende in direzione inversa, invisibile all'abitudine della gente" (Le parole..., p. 62).
Un'altra costante di Sgobba è il corpo a corpo con Dio. Un ateo che non sa fare a meno di parlarci, ora con intensa e filosofica ironia, ora con profondità di dubbiosa teologia, ora con immedesimazione in personaggi della storia sacra (vedi il racconto "Il sogno di Jorge. Il corpo di Cristo", oppure "Gerusalemme", in Le parole restano). "Non credevo in Dio, ma ne apprezzavo i poteri. Sarebbe venuto il tempo in cui ci saremmo reciprocamente ignorati" (Le parole..., p. 104). "Aveva trascorso la vita a seminare gramigna in tanti paradisi e a ridurre in sabbia fedi che si ostinavano a presentarsi come rocce. Era stato prudente soltanto con la Croce: l'aveva liberata dall'agonia dei chiodi e dell'aceto, ma l'aveva lasciata ben conficcata nella terra, pronta ad abbracciare altri lamenti, altri corpi doloranti da scrutare" (Il mare..., p. 83).
Sarò ripetitivo, ma la lettura di Sgobba mi suscita sempre due sentimenti contrastanti: da una parte il godimento di fronte a una scrittura piegata a tutte le declinazioni della migliore creatività letteraria; dall'altra la stizzita mestizia per il misconoscimento di questa qualità, a fronte della mole di spazzatura letteraria che campeggia nell'industria editoriale e premiale.
2 settebre 2025


Nessun commento:
Posta un commento