Umberto Eco
Il cimitero di Praga
La nave di Teseo, pp. 558.
E' il sesto romanzo di Umberto Eco, e il quarto che leggo. Il primo, Il nome della rosa, è noto a tutti, anche grazie alle due versioni cinematografiche. Il secondo, Il pendolo di Foucault, lo ricordo bene e, per certi versi, ha parecchie somiglianze con questo che sto recensendo. Di Baudolino non ho praticamente memoria. Del presente sono certo invece che me ne rimarrà, se non altro per l'argomento (variazioni in tema di presunti complotti e falsi documenti, fino ai Protocolli dei Savi di Sion) e per le vicende storiche narrate (dalla Carboneria ai Mille, al '48 e alla repubblica Romana, a Napoleone III, alla guerra franco-prussiana e alla Comune di Parigi, all'affare Dreyfus e altro ancora). E il bello è che, come ci avverte nella nota finale lo stesso autore, o meglio il Narratore, tutti i personaggi della storia (salvo pochi minori) sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono nel romanzo. Il solo inventato è il protagonista, Simone Simonini (ma non suo nonno), il quale però rappresenta un collage di figure diverse che fecero e dissero le cose che fa il protagonista del romanzo. Dunque, siamo di fronte a una rielaborazione e narrazione romanzata di fatti storici che hanno segnato gran parte del XIX secolo e, per le conseguenze, anche del XX.
Simonini è figlio di un patriota italiano morto nella difesa della Repubblica Romana del '49 e quindi allevato dal nonno, che è l'opposto del padre, un legittimista cattolico reazionario che educa il nipote nell'odio di rivoluzionari, massoni ed ebrei. Egli inizia la sua carriera presso un notaio falsario, di cui prende il posto affinando virtuosisticamente l'arte del falso: all'inizio falsi testamenti olografi, poi falsi documenti per servizi segreti di vari governi, talora in contrasto tra loro, fino all'elaborazione di variazioni di uno stesso canovaccio (un documento comprovante il piano segreto per il dominio del mondo, ora attribuito alla Massoneria, ora ai Gesuiti, ora agli ebrei). A tal fine, e per raccogliere informazioni di prima mano, si intrufola nel mezzo di ambienti al centro di vicende storiche: la Carboneria, la spedizione dei Mille, la Parigi del '48 e del Secondo Impero, la Comune, i salotti dei dreyfusardi e degli antidreifusardi, talora nella veste autentica del capitano Simonini, talaltra con vari camuffamenti, soprattutto nella veste di un religioso, l'Abate Dalla Piccola.
La narrazione è effettuata su un triplice livello. Parte da un diario di Simonini, che rievoca le vicende della sua vita nel tentativo di riacquistare la memoria che sembra aver perso, almeno di pezzi importanti della sua biografia. Talora però, inspiegabilmente, tali racconti vengono letti e corretti o integrati da un'altra penna, quella dell'Abate Della Piccola, che sembra avere accesso al diario di Simonini, perché, si scopre poi, abita in un appartamento contiguo, collegato con questo da un corridoio segreto, e anche lui affetto da vuoti di memoria. Ma quando l'uno cerca di incontrare l'altro, quest'ultimo manca sempre. Sicché entrambi sono incerti se sono la stessa persona, ignara della doppia personalità, o due diverse persone che non riescono a dipanare il mistero dell'intreccio delle loro vite. Questa alternanza di pagine scritte ora dall'uno ora dall'altro è integrata talora da capitoli scritti dal Narratore, per mettere ordine nel racconto quando questo si fa ingarbugliato o lacunoso. Dunque, due narratori protagonisti delle vicende più uno esterno, che però si limita solo a ricostruire sulla base degli scritti dei primi due.
Dopo una breve introduzione del Narratore, il romanzo si apre con un capitolo scoppiettante in cui il protagonista, nel tentare di rammentare chi è, esordisce con una serrata invettiva contro tutte le categorie di persone che odia visceralmente, mettendone in risalto, con sarcasmo e parossistica misantropia, tutti i difetti caratteristici (a suo dire): innanzitutto gli ebrei, ma anche i tedeschi, i francesi, gli italiani, i preti, i comunisti, i massoni, i gesuiti, le donne, gli invertiti. Pagine letterariamente assai godibili.
Il tema non è nuovo, nella narrativa di Eco. Si pensi al Pendolo di Foucault, dove già metteva in ridicolo l'ossessione dei complottisti e delle sette segrete.
Tuttavia, se c'è qualcosa che stona nella narrativa di Eco è il fatto che anche le peggiori tragedie storiche alla fine sono trattate nel tono della commedia, non si avverte mai il peso grave della storia, ma solo il ridicolo anche dei personaggi più luciferini. Per questo la mia memoria mi ha rimandato a una famosa recensione di Pietro Citati al Pendolo di Foucault in cui il critico diceva che Eco era sostanzialmente un "gran buffone dell'intelligenza", "un giocoliere", dal momento che il romanzo era un accumulo di erudizione fine a se stessa, di citazioni senza vera sostanza narrativa. Anche in questo romanzo assistiamo spesso alla lunga elencazione di varie categorie delle cose più disparate, per esempio di piatti della cucina francese d'alto bordo, tanto per ostentare erudizione senza necessità; o "al gioco con i misteri del mondo per il gusto di smontarli in modo meccanico", attraverso l'esibizione della scienza semiologica. E al termine, nella succitata nota esplicativa, Eco non ci risparmia nemmeno una lezioncina narratologica sulla discrasia tra story e plot e tra fabula e intreccio, e, per il lettore di "non fulmineo comprendonio", una tabella riassuntiva ed esplicativa dei due livelli. Imbarazzante alterigia professorale.
14 febbraio 2026

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