venerdì 6 febbraio 2026

Marcello Veneziani
Nietzsche e Marx si davano la mano.
Vita, intrecci e pensiero di due profeti che sconvolsero il mondo
Marsilio 2025, pp. 240.

Partendo da un incontro immaginario dei due pensatori in una locanda di Nizza il 5 maggio del 1882, Marcello Veneziani traccia il profilo biografico e intellettuale di Marx e Nietzsche, definendo per linee concentriche convergenze e divergenze, coerenze e contraddizioni, fallimenti e profezie avveniristiche. 
"In principio era l'azione, dice il Faust di Goethe, e Marx e Nietzsche sono figli di Faust" (p. 25). Entrambi furono pensatori col martello, ma lo usarono per prospettive differenti: "Marx poggiò il suo pensiero su Hegel e sulla storia, nuova divinità del mondo nel suo necessario divenire; Nietzsche attinse da Schopenhauer e ritrovò nella natura la volontà di potenza oltre la volontà di vivere" (pp. 31-32).
Pensatore rivoluzionario, Marx fa della rivoluzione "una categoria ideale e universale, una promessa di salvezza una prospettiva epocale [...]. Marx da morto cambiò il mondo, travolse l'esistente anche se fallì tragicamente il suo progetto di società futura" (p. 80). Pensatore epocale che ha inciso sul corso degli eventi, dando agli oppressi la speranza di una vita migliore, e "se il bilancio storico del marxismo al potere fu disastroso, diverso è il bilancio sul piano psicologico, ideale e morale almeno per quanto riguarda i militanti e credenti nel marxismo. Marx lasciò un'impronta titanica nella vita dei popoli" (Ibidem).
Con Nietzsche cambiamo prospettiva; egli non annuncia una rivoluzione sociale, ma antropologica, non la speranza per gli oppressi ma la rinascita di una nuova stirpe aristocratica. Tutto parte dall'annuncio della morte di Dio e dalla constatazione del conseguente nichilismo. "Chi colmerà il vuoto di Dio? L'uomo, per Nietzsche, dovrà farsi eroe, genio, titano, sovrumano, e sarà il senso della terra" (p. 86). Nietzsche non è tanto un filosofo, quanto un "biosofo, cioè un pensatore della vita e della saggezza di vivere" (p. 100). 
Il nichilismo non è scoperta nicciana. Il primo a intuirlo fu Goethe, e poi Jacobi, e Leopardi, soprattutto Max Stirner, e ancora Turgenev e Dostoevskij. "Nietzsche dunque non scoprì né battezzò il nichilismo ma fu il primo ad annunciarlo come destino dell'umanità" (p. 108), distinguendo poi un nichilismo passivo e uno attivo, ovvero "l'accresciuta potenza dello spirito, [...] la capacità di volgere la forza di distruzione in energia creativa" (p. 110).
Veneziani analizza poi quelle che definisce le quattro colonne del pensiero nicciano: il Superuomo (o Oltreuomo), la Volontà di potenza, l'Amor Fati e l'Eterno Ritorno (pp. 111 sgg.), senza nasconderne le interne contraddizioni: "Le due coppie compongono un doppio ossimoro, tra volontarismo e fatalismo; e la loro impraticabile convivenza rende il pensiero di Nietzsche dilaniato dal vitalismo tragico, irrisolto tra le due direzioni, tra libertà e fato" (p. 118). Né Veneziani nasconde i tratti crudeli che il superuomo assume soprattutto nell'ultimo Nietzsche, al di là del bene e del male (cfr. p. 115).
Marx e Nietzsche vogliono entrambi rovesciare il mondo, ma il primo vuol rovesciare il potere capitalistico e borghese, il secondo la morale, i valori e il predominio della ragione (p. 124). Alla triade mazziniana 'Dio, patria e famiglia', Marx contrappone umanità, classe e rivoluzione; Nietzsche eroe, aristocrazia, trasvalutazione (p. 127). Entrambi contro ogni tradizione. Hanno come comune nemico il filisteo, il prototipo del conformista pseudo-colto, borghese, benestante, tedesco, sono entrambi pensatori del conflitto, ma il primo del conflitto di classe, il secondo del conflitto di valori. 
La loro eredità nel Novecento è stata per certi versi tradita o unilateralizzata, trasformandoli in simboli del Rosso e del Nero, trasformando il loro pensiero in catastrofi (fascismo e nazismo nicciani e comunismo staliniano marxista), lasciando una scia tragica di sangue (cfr. capitolo V). Ma senza dimenticare le mescolanze dei due, a cominciare da Sorel, che influenzò sia Mussolini che Lenin. E dopo la fine dei totalitarismi? Alla fine chi ha vinto tra i due? "Almeno finora, hanno perso ambedue, perché lo scettro del dominio e della ricchezza non è nelle mani degli uomini superiori che voleva Nietzsche e nemmeno del proletariato che voleva Marx. Ha vinto la tecnica, di cui i tecnocrati sono cursori ed esecutori, non padroni né guide. Non ha vinto l'azione proletaria né l'azione eroica ma l'azione in Borsa e l'agire tecnico" (pp. 203-4).
E con questo veniamo a qualche considerazione critica. Veneziani è uno scrittore e saggista di valore, colto, arguto e con uno stile godibile. Lo si legge sempre con grande piacere apprendendo parecchio. Tuttavia ha, a mio parere, un limite, che gli deriva da una tara non rimossa della sua formazione giovanile, che in più di un'occasione ho avuto modo di contestargli anche personalmente: la mancanza di comprensione dell'economia, che gli impedisce anche una adeguata comprensione, ancorché critica, della modernità. Anche in questo saggio, pur nella puntuale analisi del pensiero dei due tedeschi, manca una analisi dei testi economici di Marx (Il Capitale, Teorie del plusvalore, Grundrisse, ecc.). Questo non gli consente di apprezzare appieno il significato del mercato e della società civile moderna, preferendo arroccarsi nei miti comunitari e nella polemica contro la tecnica, potenza impersonale, la mercificazione, l'individualismo, ecc., talo facendogli rasentare nostalgie di tipo pasoliniano.

6 febbraio 2026



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