giovedì 25 luglio 2024

Giovanni Verga
Mastro-don Gesualdo
A cura di Lorenzo Tinti
Barbera Editore, 2007, pp. 587

Marcello Dell'Utri, da buon bibliofilo, ha detto che con parte del legato di Berlusconi ha comprato il manoscritto originale del Mastro-don Gesualdo (vedi Il Foglio del 26 gennaio). Io, che non ho tanta disponibilità, mi son contentato di leggere le due versioni del romanzo verghiano contenute in questa modesta edizione economica.

Verga è uno degli scrittori che mi piacciono di più, per via del principio dell'impersonalità, della asciuttezza narrativa, della capacità di far parlare i fatti senza intervenire direttamente o fare prediche. In questo lo preferisco di gran lunga al Manzoni, anche se a questi egli è inferiore quanto a delineazione psicologica dei personaggi. Difficilmente nei romanzi verghiani troviamo i tipi memorabili come don Abbondio, fra Cristoforo, l'innominato, Perpetua o donna Prassede. Nel Mastro-don Gesualdo solo il protagonista giganteggia, gli altri personaggi sono introdotti senza preparazione narrativa, come in teatro, senza quasi che sappiamo chi sono e che funzione hanno; dobbiamo desumerlo dal loro dire e dal loro fare. I personaggi secondari (Bianca Trao e i suoi fratelli, la sorella di Gesualdo, Diodata, il barone Zacco, il baronello Ninì, il medico, il farmacista, ecc.), benché tratteggiati mirabilmente come rappresentanti di un ceto sociale del contesto siciliano, non hanno profondità psicologica e contrasti interiori.

Gesualdo Motta, ancorché rustico e selvatico rappresentante di un tipo che dal basso ha costruito la sua ricchezza, e avidamente attaccato alla sua roba, è forse l'unico personaggio che riesce a guadagnare la simpatia del lettore, e non solo perché un vinto, ma perché rappresenta il tipo di imprenditore che si è fatto da sé, con fatica immane, intelligenza primitiva, fiuto e in fondo anche cuore, perché sulle sue spalle gravano variopinti rappresentanti del parassitismo nullafacente, che si tratti di plebaglia, familiari incapaci, come il fratello e il cognato, o di nobile lignaggio ma insulsi e spiantati, come i fratelli della moglie, o di alta nobiltà indebitata, come il genero, tutti sanguisughe sul corpo del protagonista. Ce ne fossero stati a sufficienza di Gesualdo Motta nel Meridione, la storia sarebbe andata forse in altro modo. Imprenditore produttivo e austero contro consumatori voraci e improduttivi: "... Quella gente, quei cavalli che mangiavano, e inghiottivano il denaro come la terra inghiottiva la semente, come beveva l'acqua, senza renderlo però, senza dar frutto, sempre più affamati, sempre più divoranti, simile a quel male che gli divorava le viscere. Quante cose si sarebbero potute fare con quel denaro! Quanti buoni colpi di zappa, quanto sudore di villani si sarebbero pagati! Delle fattorie, dei villaggi interi da fabbricare... delle terre da seminare, a perdita di vista. E un esercito di mietitori a giugno, del grano da raccogliere a montagne, del denaro a fiumi da intascare" (p.570).

Benché in continuità con I Malavoglia, quanto a impersonalità, diversamente da quello, Mastro-don Gesualdo si differenzia in alcuni aspetti, oltre naturalmente alla rappresentazione di un diverso ceto sociale. La tecnica narrativa dell'Erlebte Rede (il discorso indiretto libero) è qui usata con maggiore parsimonia.

I dialoghi sono più sincopati ed ellittici, come nella realtà, in cui i protagonisti presuppongono e sottintendono molte cose, che però il lettore ignora e quindi deve intuire o desumere dal contesto o dal prosieguo della narrazione.

Inoltre il tempo, che lì era circolare e immutabile come i processi naturali entro cui erano immersi i personaggi, qui diventa lineare come il processo produttivo e accumulativo, anche se in entrambi i casi precipita nella catastrofe finale, espressione del pessimismo dell'autore nei confronti delle magnifiche sorti e progressive. Cosa che emerge anche vividamente dalla rappresentazione dei sommovimenti politici, prima della Carboneria, poi del '48, con la messa in scena della farsa grottesca dei moti, delle illusioni plebee, dei gattopardismi dei signori borghesi e aristocratici. Da questo punto di vista, gli scrittori siciliani sono stati maestri insuperati, costruendo una vera tradizione letteraria: Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa. Grandi!

26 gennaio 2024



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