Partendo dall’assunto di Jünger “dimmi il tuo rapporto col dolore e ti dirò chi sei”, il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, che ha studiato filosofia, germanistica e teologia cattolica a Friburgo e Monaco ed è stato professore di Filosofia e Studi culturali presso la Universität der Künste di Berlino, procede ad un’analisi del rapporto della società col dolore, arrivando alla definizione della nostra come società palliativa (Palliativgesellschaft è del resto il titolo originale del libello), segnata da irriducibile algofobia, paura del dolore, che conduce a un’anestesia permanente. Algofobia che investe in pieno la politica, producendo una democrazia palliativa, incapace di realizzare riforme incisive, se dolorose; la psicologia, passata dalla psicologia della sofferenza alla psicologia del benessere e dell’ottimismo; l’economia, naturalmente, con la sua ideologia della resilienza, che trasforma le esperienze traumatiche in catalizzatori di un aumento delle prestazioni.
“Il dolore è un complesso costrutto
sociale” (p. 13). Questo discutibile asserto conduce l’autore a tratteggiare
rapidamente la società premoderna dei martiri, che aveva un rapporto intimo col
dolore, strumento di dominio; la società disciplinare, rievocata con le categorie
foucaultiane e jüngeriane (tra loro contraddittorie, ma acriticamente
mescolate), fino all’attuale società palliativa, col suo “dispositivo
neoliberista della felicità” (p. 16), in cui il potere “assume una forma
positiva. Diventa smart […] viene del
tutto sganciato dal dolore” (p. 17), distraendoci “dai rapporti di dominio
vigenti costringendoci all’introspezione” (sic!),
sicché “la sofferenza, della quale sarebbe responsabile la società, viene
privatizzata e psicologizzata. […] Così la psicologia positiva sigilla la fine
della rivoluzione. A salire sul palco non sono più i rivoluzionari, bensì i
trainer motivazionali” (p. 17). Questo meccanismo di spoliticizzazione e
privatizzazione impedisce al dolore di farsi critica rivoluzionaria e “invece
della rivoluzione, c’è la depressione” (p. 19)
Fin qui sembra una tirata
marxiano-foucaultiana, in cui ogni forma di rapporto sociale col dolore (anche
quella dell’assenza) diviene una forma di dominio, occulto disegno demoniaco di
peraltro impersonali strutture di potere.
Però l’autore intravede che la questione
non è riducibile a categorie sociologico-economiche, ma ha forme ben più
complesse e radici più intricate soprattutto nel suolo della modernità. Così,
nei vari capitoli, si avventura in un’esplorazione filosofica dell’astuzia del
dolore (riprendendo Hegel e Jünger); del suo rapporto con la verità (V. von
Weizsäcker); della sua dialettica (Hegel); della sua ontologia (Heidegger, in
questo caso vs Jünger); della sua etica (Lévinas, Canetti); per affrontare infine
la tematica dell’ultimo uomo nietzscheano, in un confronto con il Fukuyama
della fine della storia, giungendo alla conclusione che “la nascita degli
ultimi uomini non è necessariamente legata alla democrazia liberale. L’ultimo
uomo è piuttosto una manifestazione genuina della modernità. Egli non predilige
il sistema liberale, per cui è senza dubbio compatibile anche con un regime
totalitario. Oggi la Cina è popolata da ultimi uomini tanto quanto gli Stati
Uniti” (p. 74).
Peraltro, la vicenda della pandemia
starebbe ad indicare che “solo la biopolitica digitale renderà il capitalismo
invulnerabile […] Il regime di sorveglianza biopolitico significa la fine del
liberalismo, che si rivelerà solo un episodio” (p. 77).
La biopolitica è l’ultima frontiera del
catastrofismo filosofico.
Il saggio si conclude additando la
dimensione effettivamente inquietante del transumanesimo, con i suoi progetti
di “felicità sublime e onnipervasiva”, in cui “il substrato biologico della
sofferenza verrà del tutto sradicato” (David Pearce, The Hedonistic Imperative)(p. 79).
L’impressone complessiva è quella di un
saggio che, nell’individuare caratteri significativi della società palliativa,
riprende contraddittoriamente testi, autori e materiali male assemblati,
ricorra a tic intellettuali frusti e a un linguaggio mimetico dei filosofi più
acrobatici.
8 aprile 2021

Universität der Künste.Attenzione ai refusi.
RispondiEliminaViktor von Weizsäcker
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RispondiEliminaGrazie. Fa piacere avere lettori così attenti e giustamente pignoli
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