martedì 13 agosto 2024

Byung-Chul Han
La società senza dolore
Einaudi, pp. 88

Partendo dall’assunto di Jünger “dimmi il tuo rapporto col dolore e ti dirò chi sei”, il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, che ha studiato filosofia, germanistica e teologia cattolica a Friburgo e Monaco ed è stato professore di Filosofia e Studi culturali presso la Universität der Künste di Berlino, procede ad un’analisi del rapporto della società col dolore, arrivando alla definizione della nostra come società palliativa (Palliativgesellschaft è del resto il titolo originale del libello), segnata da irriducibile algofobia, paura del dolore, che conduce a un’anestesia permanente. Algofobia che investe in pieno la politica, producendo una democrazia palliativa, incapace di realizzare riforme incisive, se dolorose; la psicologia, passata dalla psicologia della sofferenza alla psicologia del benessere e dell’ottimismo; l’economia, naturalmente, con la sua ideologia della resilienza, che trasforma le esperienze traumatiche in catalizzatori di un aumento delle prestazioni.

“Il dolore è un complesso costrutto sociale” (p. 13). Questo discutibile asserto conduce l’autore a tratteggiare rapidamente la società premoderna dei martiri, che aveva un rapporto intimo col dolore, strumento di dominio; la società disciplinare, rievocata con le categorie foucaultiane e jüngeriane (tra loro contraddittorie, ma acriticamente mescolate), fino all’attuale società palliativa, col suo “dispositivo neoliberista della felicità” (p. 16), in cui il potere “assume una forma positiva. Diventa smart […] viene del tutto sganciato dal dolore” (p. 17), distraendoci “dai rapporti di dominio vigenti costringendoci all’introspezione” (sic!), sicché “la sofferenza, della quale sarebbe responsabile la società, viene privatizzata e psicologizzata. […] Così la psicologia positiva sigilla la fine della rivoluzione. A salire sul palco non sono più i rivoluzionari, bensì i trainer motivazionali” (p. 17). Questo meccanismo di spoliticizzazione e privatizzazione impedisce al dolore di farsi critica rivoluzionaria e “invece della rivoluzione, c’è la depressione” (p. 19)

Fin qui sembra una tirata marxiano-foucaultiana, in cui ogni forma di rapporto sociale col dolore (anche quella dell’assenza) diviene una forma di dominio, occulto disegno demoniaco di peraltro impersonali strutture di potere.

Però l’autore intravede che la questione non è riducibile a categorie sociologico-economiche, ma ha forme ben più complesse e radici più intricate soprattutto nel suolo della modernità. Così, nei vari capitoli, si avventura in un’esplorazione filosofica dell’astuzia del dolore (riprendendo Hegel e Jünger); del suo rapporto con la verità (V. von Weizsäcker); della sua dialettica (Hegel); della sua ontologia (Heidegger, in questo caso vs Jünger); della sua etica (Lévinas, Canetti); per affrontare infine la tematica dell’ultimo uomo nietzscheano, in un confronto con il Fukuyama della fine della storia, giungendo alla conclusione che “la nascita degli ultimi uomini non è necessariamente legata alla democrazia liberale. L’ultimo uomo è piuttosto una manifestazione genuina della modernità. Egli non predilige il sistema liberale, per cui è senza dubbio compatibile anche con un regime totalitario. Oggi la Cina è popolata da ultimi uomini tanto quanto gli Stati Uniti” (p. 74).

Peraltro, la vicenda della pandemia starebbe ad indicare che “solo la biopolitica digitale renderà il capitalismo invulnerabile […] Il regime di sorveglianza biopolitico significa la fine del liberalismo, che si rivelerà solo un episodio” (p. 77).

La biopolitica è l’ultima frontiera del catastrofismo filosofico.

Il saggio si conclude additando la dimensione effettivamente inquietante del transumanesimo, con i suoi progetti di “felicità sublime e onnipervasiva”, in cui “il substrato biologico della sofferenza verrà del tutto sradicato” (David Pearce, The Hedonistic Imperative)(p. 79).

L’impressone complessiva è quella di un saggio che, nell’individuare caratteri significativi della società palliativa, riprende contraddittoriamente testi, autori e materiali male assemblati, ricorra a tic intellettuali frusti e a un linguaggio mimetico dei filosofi più acrobatici.

8 aprile 2021



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