Eccomi, come promesso, a recensire tre libri sulla scuola usciti negli ultimi due anni e genericamente accomunati da un orientamento decisamente avverso alle riforme degli ultimi decenni, che avrebbero contribuito ad accentuare, se non a determinare, il declino drammatico della scuola italiana.
Li recensirò in ordine inverso di
uscita, in ragione dell’interesse del contenuto, scusandomi della lunghezza
della recensione; ma la materia e l’interesse professionale spero costituiscano
attenuanti generiche.
L’ultimo uscito è il libro di Ferroni, che però, a dispetto del
titolo, non ha al centro la scuola. Si tratta sostanzialmente di una
riflessione, determinata soprattutto dall’evento della pandemia, sulle vicende
della letteratura italiana, sui problemi legati all’aggiornamento del suo
manuale di storia della letteratura, con relative riflessioni storico-critiche,
sulla storia d’Italia in connessione con le vicende letterarie. Solo il 4°
capitolo è propriamente dedicato alla scuola, a partire dalla novità della DaD (didattica a distanza) indotta dalla pandemia, che ha dato la stura agli “zelatori della scuola in
rete, scuola 2.0, proiettata magari fino a 4.0”, che arrivano a vagheggiare
“una definitiva alternativa al ruolo dell’insegnante, destinato ad avvalersi di
una didattica affidata a pillole audiovisive, a materiali da pescare sulla
rete”, quindi “più vicino alle nuove sensibilità degli allievi, che ormai sono
tutti nativi digitali”, non più ‘maestro’, ma “consulente e facilitatore del
lavoro dei ragazzi”, che orienta a partire dalle dette pillole, “stimola il
loro lato creativo, il loro agire (learning by doing!) sui contenuti elaborati
dalle apposite agenzie formative”, insomma “la riproposizione di tutte le zuppe
pedagogistiche che da decenni governano la scuola” (pp. 97-98). La filippica
continua contro la pretesa che il digitale possa “giungere ad alleggerire o
eliminare i confini disciplinari, rompere il peso costrittivo dei programmi e i
limiti della classe (flipped classroom!) in modo che ogni studente possa
costruire la propria cultura da sé, secondo la propria motivazione” (p. 99);
vira poi con durezza sui concetti di competenza e scuola delle competenze e la
loro connessione col fare (pp. 101-108), nonché sul concetto di capitale umano
trasferito nella scuola e la relativa diretta connessione col mercato del
lavoro (pp. 109-116); infine passa a trattare delle prospettive (anche in vista
del PNRR) della sempre maggiore valorizzazione delle materie STEM (science,
technology, engineering and mathematics) a scapito di quelle umanistiche, e del
nuovo feticcio del coding. A tutto questo contrappone le linee di un diverso
orientamento, da lui chiamato umanesimo ambientale, in cui le discipline
umanistiche non avrebbero una funzione ancillare e strumentale, come sottinteso
nell’acronimo STEAM (science, technology, engineering, arts, mathematics), ma
“pieno valore di conoscenza, confronto critico con le condizioni dell’esistenza,
con il lascito del passato, con le ragioni del sentimento e della bellezza, con
la ricerca di senso, con l’aspirazione alla giustizia e alla solidarietà”(p.
135).
Si tratta di una posizione in gran parte
convergente con quella di Galli della Loggia, ma da quest’ultimo sviluppata,
come vedremo, con ben altra ampiezza e articolazione.
Il volume di Mastrocola e Ricolfi è quello che ha avuto la maggiore risonanza
sui media, ma è anche quello che, a mio parere, difetta maggiormente di
argomentazioni articolate. La tesi, come si sa, è semplice: con l’avvento della
scuola di massa (a partire dalla scuola media unica del ’62 e dalla
scolarizzazione secondaria di massa degli anni ’60), la classe politica, con
una serie di riforme sciagurate, in particolare dal ’68 in poi (esami di
maturità radicalmente semplificati, decreti delegati, autonomia scolastica,
riforma Berlinguer), invece di mettere in atto tutti gli strumenti per dare a
tutti quel che prima era privilegio di un’élite, ha creduto di democratizzare la
scuola abbassando l’asticella della difficoltà e dell’impegno, allargando
l’indulgenza plenaria della promozione e creando il disastro odierno. Il libro è articolato in quattro capitoli, un
appello finale e un’appendice tecnica. Il 1° capitolo enuncia sin dal titolo
l’ipotesi sulla disuguaglianza formulata dalla Mastrocola nel corso della sua
esperienza di insegnate: l’abbassamento danneggia i ceti popolari? Ipotesi che
viene testata nel 4° capitolo da Ricolfi con gli strumenti della statistica e
dell’analisi dei dati. Nei capitoli 2° e 3°, che hanno lo stesso titolo (“Con i
miei occhi”), Ricolfi e Mastrocola descrivono rispettivamente l’involuzione
didattica dell’Università e della scuola, vissuta direttamente negli anni del
loro insegnamento (nell’Università: la liberalizzazione degli accessi e dei
piani di studio, la stabilizzazione di massa senza concorsi dei precari, il 3+2
di Berlinguer, i CFU, la valutazione quantitativa della produzione dei docenti,
ecc.; nella scuola: l’eliminazione delle difficoltà del latino e dell’epica, a
partire dalla scuola media, e della relativa fatica della parafrasi, la
semplificazione dello studio, la riforma Berlinguer, l’autonomia, i test di
valutazione oggettiva, il diritto al successo formativo, la promozione generalizzata,
ecc.). Nel 4° capitolo, come già detto, si mette alla prova l’ipotesi iniziale
con una massa di dati statistici elaborati e analizzati con dovizia da Ricolfi,
che è un sociologo e insegnava proprio analisi dei dati all’Università di
Torino (ora presidente della fondazione David Hume); e l’ipotesi è verificata
ampiamente. Non c’era da dubitarne, e non è nemmeno questa la cosa più
interessante, quanto alcuni risultati collaterali dell’analisi, come ad esempio
la misura del blocco dell’ascensore sociale, la sua diversa distribuzione tra
le varie zone geografiche italiane e una diversa configurazione di tali zone
(al di là della facile contrapposizione Nord-Sud) in più interessanti
raggruppamenti: Nordovest, Triveneto, Regioni rosse, Sud al alta intensità mafiosa,
Sud a bassa intensità mafiosa, con il sorprendente risultato della maggiore
mobilità sociale nel Triveneto e nel Sud a bassa intensità mafiosa.
A parte l’interesse del 4° capitolo, a
me sembra che la tesi del libro, ancorché giusta, sia povera, unilaterale e
poveramente argomentata, soprattutto nei capitoli scritti dalla Mastrocola. Non
c’è uno sforzo di contestualizzazione delle vicende nella società italiana e un
briciolo di analisi storica, non c’è uno sforzo di argomentazione rispetto ai
contenuti delle riforme, non c’è un confronto con la letteratura e le teorie
pedagogiche e didattiche contestate, tutto sembra ridursi al lamento di una
professoressa dei bei tempi che guarda con nostalgia al passato, così come gli
zelatori della scuola democratica, moderna e digitale esaltano per converso
acriticamente le magnifiche sorti della scuola della riforma.
Ben altro spessore, invece, ha il libro
di Galli della Loggia (GdL), uscito
nel 2019 da Marsilio e nel 2020 da Feltrinelli, ma che non ha avuto stranamente
la risonanza mediatica del precedente (forse perché, pur andando nella stessa
direzione, non è così semplicistico, ma molto più complesso). Il testo
meriterebbe una trattazione dettagliata, che qui non abbiamo la possibilità di
fare, tanto è ricco di analisi che spaziano dal piano storico (scontato, data
la professione dell’autore) a quelli culturale, pedagogico, sociologico,
economico.
Il libro muove dalla gigantesca frattura
culturale determinatasi secondo GdL negli anni ’60 in seguito allo scontro, nel
nostro come in altri paesi, intorno a due temi peculiari: “il rilievo da
attribuire al passato e lo scopo dell’istruzione” (p. 20). Scontro conclusosi
con la vittoria schiacciante del nuovo, secondo lo spirito dei tempi, ma che
nella scuola ha significato anche il fatto che essa non contasse più nulla. Di
contro alla tradizione della formazione umanistica, che prevedeva materie
“inutili”, non legate all’immediato utilizzo pratico, ma ad opere del pensiero
e dell’intelligenza che “si affacciano sulle questioni ultime che attengono al
senso dell’esistere e del morire”, conducevano ad uno sguardo sull’altro con
effetti relativizzanti, aiutavano a stabilire nessi argomentativi inediti e a
“vedere problemi nuovi più che risolvere problemi dati” (pp. 22-23). Da quel momento il mantra secondo cui la
scuola deve servire a qualcosa, deve essere utile, col seguito
dell’accentuazione delle materie tecnico-scientifiche, ma non astratte, bensì
pratiche, il legame con il mercato del lavoro, fino all’alternanza scuola-lavoro.
Non che GdL rifiuti qualsiasi idea di collegamento con la vita lavorativa e
professionale, ma ritiene che la scuola debba essere essenzialmente altro, e
innanzitutto impartire “un quadro di cultura generale che serva a rendere
ognuno consapevole della propria condizione umana”, insomma “preparare alla
vita, non al lavoro” (p. 26). E quest’idea non per un corrivo spirito
antieconomico e anticapitalistico, come capita a tanti tardivi contestatori
della logica economicistica di certe riforme; GdL, sulla scorta di Castoriadis,
Schumpeter e Böckenförde, argomenta che il capitalismo stesso ha potuto
funzionare solo grazie a fattori che lo hanno preceduto e si sottraggono alle
sue regole. E tra questi settori innanzitutto la scuola. L’autore risale quindi
alle origi della istruzione pubblica moderna e della stessa pedagogia moderna.
Analizza l’Emilio russoviano, che rappresenta l’archetipo di tante utopie
pedagogiche moderne e di tanti idòla recenti: l’idea dell’autenticità e della
spontaneità infantile, “la lezione radicalmente (almeno all’apparenza)
antiautoritaria” (p. 72), il legame stretto tra apprendimento ed esperienza
(anticipazione del learning by doing) e l’apologia del lavoro manuale,
l’antiintellettualismo (con l’avversione ai libri e alla lettura), fino alla
formazione del buon cittadino democratico. L’autore prosegue con la storia
dell’istituzione dell’istruzione pubblica a seguito della rivoluzione francese
e poi nell’Italia unita, si sofferma sulla riforma Gentile, figlia
dell’idealismo, con i suoi pregi e difetti. La riforma, che ebbe il plauso di
intellettuali come Croce e Salvemini, non era affatto fascista (a dispetto
delle iniziali rivendicazioni di Mussolini), tanto che il fascismo, dopo
l’iniziale attuazione, cominciò a smantellarla e a contrapporle quella che
appare la vera idea di una riforma fascista, la Carta della scuola del ministro
Bottai, mai andata in porto per il sopravvenire della guerra, ma che lascia
paradossalmente in eredità ai futuri riformatori repubblicani alcune sue
idee-guida, come l’antiintellettualismo, la scuola formativa (educazione contro
istruzione), il legame con la vita politica, il rifiuto della scuola borghese,
il legame con il lavoro.
Arriviamo infine alla Repubblica e alla
Costituzione repubblicana che, in
paradossale contrasto col fatto che tutti i riformatori della scuola
democratica la ergono a feticcio ispiratore delle loro riforme, mantiene un
profilo assolutamente minimalista in tema di istruzione, limitandosi ad
affermare il diritto dei capaci e meritevoli di raggiungere i più alti gradi
dell’istruzione anche se privi di mezzi
(art. 34). Sicché la scuola italiana del dopoguerra non è oggetto di
particolare attenzione o azione riformatrice, salvo la necessaria riforma della
scuola media unica del ’62, frutto del primo centrosinistra. Intanto il Partito
Comunista, colpito dalla conventio ad escludendum che gli impedisce l’accesso
al governo, aveva già intrapreso quella lunga marcia per l’egemonia culturale
nella società e nelle istituzioni e la scuola svolge in essa un ruolo centrale.
Sulla spinta del ’68, dà vita ad una serie di iniziative sulla riforma della
scuola, dal convegno del ’73 alla rivista omonima, mobilitando le sue significative risorse intellettuali.
Nel ‘77-’78 abbiamo la svolta dei famosi decreti delegati, che introducono
nella scuola diffuse istanze elettive ad ogni livello, minano il concetto di
autorità, diffondono l’idea dell’interazione con la società e con il contesto
territoriale e che ogni decisione deve essere il risultato di dibattiti e
confronti assembleari. E’ la democratizzazione e il “governo sociale della
scuola”. In mancanza di un’idea forte di scuola e di istruzione, si arriva al
progetto dell’autonomia, col quale la politica si spoglia delle sue prerogative
e abbandona la scuola a se stessa, con due effetti devastanti:
l’assoggettamento della scuola al contesto, ai desiderata del pubblico e delle
famiglie e la gerarchizzazione classista prodotta dal binomio
autonomia-autopromozione (p. 135). In tutto questo, la centrale figura
dell’insegnante, minata nell’autorità e nello status, viene risarcita con lo
specchietto di un ruolo protagonista nelle sperimentazioni e nei progetti, che
si moltiplicano come i pani e i pesci, producendo anche la moltiplicazione
delle incombenze burocratiche per i poveri docenti. E così dilaga il titanismo
pedagogico e il superomismo didattico, come si desume dai documenti
ministeriali. GdL esamina in dettaglio, a titolo esemplificativo, i programmi
della scuola media del ’79, ma anche le Indicazioni nazionali per il curricolo
del primo ciclo e altri documenti della riforma, soffermandosi in particolare
sulle parti relative alla disciplina storica, da cui emerge l’“italiano
logorroico, povero e insieme ampolloso, dei ciclostilati studenteschi, delle
assemblee sindacali della saggistica pedagogica” (p. 159), astruseria
concettuale, pretenzioso gergalismo da parvenu della cultura e nebulosità dei
significati (p. 160), il tutto volto a “trasformare il povero decenne in un
nanerottolo saputo emulo di Paul Vidal de la Blache, Max Weber e Fernand
Braudel messi assieme” (p. 154).
Con Berlinguer il percorso subisce
un’accelerazione, con l’ampliamento dell’autonomia, nuovi criteri di
valutazione e le famose competenze. Qui entra in gioco l’Unione Europea, poiché
tutta la normativa recente si raccorda con le raccomandazioni europee, che
dettano le linee della politica scolastica, accentuando l’idea del raccordo col
mondo del lavoro, sottolineando l’importanza delle competenze, delle soft
skills, del “fare” e di tutto l’armamentario pedagogico che conosciamo, contro
cui si esercita la polemica acuminata e articolata di GdL, di cui qui non
riusciamo a rendere la complessità.
Chiude il libro (benché si stenti a
comprenderne la collocazione finale) un capitolo su Don Milani, la cui figura e
la cui opera (compresa la famosa Lettera a una professoressa, a lui
riconducibile) vengono analizzate con finezza e pietas, mettendo in rilievo
meriti e difetti, contraddizioni e utopie, tratti di luddismo culturale e
meritoria lotta al classismo della scuola di allora, la vittoria in questa
lotta e il tradimento dei suoi ideali, laddove ad esempio la sua idea di scuola
utile (comunque riduttiva per GdL) ha subito la nemesi di esser fatta propria
dai centri internazionali del modernismo didattico in versione economicistica.
Il quadro complesso della scuola, alla
luce dell’idea di GdL, appare sconfortante e non sembra esservi spiraglio di
riscatto, se è vero che le correnti pedagogico-didattiche prevalenti sono
predominanti anche in Europa e in tutto il mondo occidentale, e inoltre anche
tra le forze politiche nazionali non sembra esservi una grande differenza tra
destra e sinistra. Restano solo residue resistenze intellettuali, come
testimoniano i tre libri menzionati, che però sono ben lungi dal costituire una
forza di contrasto.
19 gennaio 2022

Nessun commento:
Posta un commento