Stavolta parliamo di testi sacri e storia sacra, attraverso due libri che si occupano, rispettivamente, dell’Antico e del Nuovo Testamento, con, sullo sfondo, un classico della storia ebraica.
CALASSO. Dopo un inizio oracolare sulla Torah in cielo, comincia, nel capitolo II, la vera e propria narrazione delle vicende bibliche (si tratta della Bibbia ebraica, ovvero, per i cristiani, dell’Antico Testamento) con l’andamento già visto, per la mitologia greca, nelle Nozze di Cadmo e Armonia. E qui cominciano i problemi e lo spaesamento del lettore. Provo ad enumerarne alcuni.
1. Calasso non procede
“cronologicamente”, né seguendo l’esposizione biblica, ma secondo un suo
imperscrutabile schema: comincia da Samuele, Saul, i Re, poi torna indietro su
Mosè, poi ancora più indietro alla Genesi, poi nuovamente ai profeti, infine
alla distruzione del Tempio e alla trasformazione dell’ebraismo. Il povero
lettore lo segue un po’ affascinato dall’affabulazione, un po’ tramortito dalla
prosa gnostica e dai misteri sacri.
2. Anche a causa del sistema delle
annotazioni (niente numeri di nota nel testo, note tutte alla fine, col solo
riferimento alla pagina e alla riga), non è sempre facile comprendere ciò che è
citazione letterale o interpretazione, ciò che è tratto dal testo biblico o da
altre fonti, peraltro citate in modo molto parco.
3. Quello che potrebbe essere un pregio,
cioè una narrazione lineare non intralciata ad ogni passo da un apparato
accademico di annotazioni, viene pregiudicato dall’andamento erratico di cui al
n. 1 e dalla difficoltà di distinguere testo da interpretazioni, di cui al n.
2.
4. Fa eccezione il capitolo VIII, che si
colloca per una cinquantina di pagine al centro del volume, che è invece una
sorta di interpretazione al quadrato, cioè un’interpretazione di
un’interpretazione di Mosè, ovvero l’analisi del libro di Freud su Mosè (L’uomo Mosè e la religione monoteistica),
tutta tesa a smontare la tesi freudiana.
5. Sbalordisce che ai libri più belli
dell’Antico Testamento, quelli
sapienziali e poetici, sia dedicato uno spazio irrisorio rispetto a quelli
cruenti e sanguinosi dei profeti e dei re. A questo proposito, passando
dall’autore alla materia del libro, sconvolge notare di quanta violenza sia
intrisa: violenza nei sacrifici, violenza nelle vendette divine, violenza
fratricida e tra fazioni, violenza bellica tra nazioni, scannamenti e stragi di
uomini, donne e bambini, spesso comandati dallo stesso Iaveh, che suscitano un
moto di rigetto e repulsione, e che avvicinano pagine e vicende dell’antico
ebraismo a quelle del Corano e
dell’Islam per violenza e osservanza letterale delle prescrizioni, assai
lontane dal Cristianesimo, che ha interrotto la pratica dei sacrifici cruenti e
del letteralismo legalistico.
6. Di contro, si può dire che ci sono
pagine che illuminano in maniera straordinaria il senso di tanti passi e di
tante vicende: per esempio, quelle sull’inesistenza del rapporto tra elezione e
merito e tra punizione e demerito (rispettivamente Abramo e Giobbe), sui
sacrifici, sui primogeniti e l’elezione, anche quelle sulla “decostruzione” del
testo freudiano, ancorché molto ridondanti, e soprattutto quelle del capitolo
XI (Intorno al tempio distrutto) sul
passaggio dall’ebraismo sacerdotale e sacrificale e quello rabbinico, una vera
cesura, parallela all’affermazione del Cristianesimo.
FLAVIO GIUSEPPE. Un quadro storico che conferma lo scenario di forsennata violenza che permea la storia del popolo eletto è fornito dalla Guerra giudaica. Flavio Giuseppe, un ebreo di nobile stirpe sacerdotale, nonché capo dei ribelli al dominio romano al tempo della seconda distruzione del tempio, finirà col passare al servizio dei romani e a cercare di convincere i giudei estremisti a desistere dai propositi suicidi di ribellione e a coesistere pacificamente coi conquistatori. Sulla sua figura, lo storico Paul Vidal Naquet scrisse un saggio assai interessante sul buon uso del tradimento. La narrazione della storia giudaica dal II secolo aC alla distruzione del tempio e alla tragica fine della resistenza di Masada, nel 73-74 dC, è costellata di vicende di inaudita violenza tra popoli e tra fazioni del popolo ebraico, di guerre fratricide, di uccisioni di padri, figli e fratelli, soprattutto nelle famiglie reali, di innumerevoli stragi, talché è difficile sottrarsi alla domanda su come sia potuto sopravvivere un popolo segnato da tali vicende.
CARRÈRE. Tutt’altro clima ci offre il libro di Carrère, sia per la materia (qui si tratta della narrazione delle vicende di Gesù e degli evangelisti), sia per il carattere e la prosa dello scrittore, che è anche sceneggiatore televisivo, e dunque interessato anche a sceneggiare, per così dire, le vicende degli apostoli e degli evangelisti, a creare cioè una narrazione che non solo miri ad illustrare parole e storie del Nuovo Testamento, ma soprattutto a rendere il molto non detto, la vita quotidiana, i caratteri, i pensieri, i fatti non riportati nei testi, ma che possono essere ragionevolmente ricostruiti, con l’aiuto dell’immaginazione, sulla base di quel che è scritto e si sa. Né teologia, né filologia in senso stretto, ma vicende umane dei testimoni del divino, un tentativo di rendere la loro umanità e dunque anche le differenze di carattere e di cultura, di comprendere il senso dei conflitti tra loro (Pietro e Paolo, Luca, Giovanni), di rendere in particolare la complessa personalità di Paolo. Il tutto da un punto di vista, quello dell’autore, altrettanto complesso, e intrecciato con le vicende di una sua precedente conversione, poi superata, ma senza che questo lo collochi in una posizione di laico distacco “scientifico”, tanto più che le vicende autobiografiche, segnate da un marcato narcisismo (reso con piglio lieve e autoironico), divengono esse stesse materia e mezzo di interpretazione delle conversioni del tempo di Gesù.
Materia divina, dunque, ma tratteggiata
attraverso le vicende umane, molto umane, dei protagonisti, come chiave
ermeneutica dei testi, attraverso una scrittura scorrevole e accattivante e una
sceneggiatura credibile, anche quando azzardata. Tutto il contrario della
scrittura di Calasso, che punta a un’ermeneutica basata sullo scavo filologico
ed enigmatico, di difficile degustazione.
6 febbraio 2022

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