mercoledì 21 agosto 2024

Ernst-Wolfgang Böckenförde
La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione
Morcelliana, Brescia 2006-2015, pp. 73

Questo agile libretto raccoglie un saggio pubblicato per la prima volta nel 1967. L’autore, studioso di diritto, storia, filosofia e teologia, docente presso le Università di Heidelberg, Bielefeld e Freiburg i.B., già giudice costituzionale tedesco e premio Hannah Arendt nel 2004, sostiene che lo Stato “non sia un concetto valido in generale, ma che serva a descrivere una forma di ordinamento politico che è nata in Europa a partire dal XIII secolo, e in parte fino all’inizio del XIX”, estesasi poi all’intero mondo civilizzato, separandosi dalle condizioni di origine (p. 31). Esso è il risultato di un lungo processo storico, che comincia dalla lotta per le investiture (1057-1122), da cui emerge per la prima volta la separazione tra ‘spirituale’ e ‘secolare’, per proseguire, con un salto decisivo, nei secoli XVI e XVII, a seguito della rottura della cristianità per la Riforma protestante e le conseguenti guerre di religione, che producono le elaborazioni dei politiques francesi e della dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. La Rivoluzione francese porta a compimento il processo. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 parla dello Stato come corps social, la cui base è l’uomo in quanto uomo, “un essere profano, emancipato dalla destinazione necessariamente religiosa. […] In tal modo lo Stato diventa neutrale, come tale, nei confronti della religione, ovvero si emancipa, come Stato, dalla religione” (p. 60). Fin qui, niente di particolarmente nuovo e originale, tenuto conto che tali concetti si svolgono sulla scia di un pensiero storico-giuridico-politologico tedesco che va, quantomeno, da Weber a Schmitt.

La parte più significativa del saggio sta nella tesi esposta quasi al termine dello stesso, divenuta famosa come “il paradosso di Böckenförde”, che riporto integralmente di seguito: “Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire. Questo è il grande rischio che esso si è assunto per amore della libertà. Da una parte esso può esistere come Stato liberale solo se la libertà, che esso garantisce ai suoi cittadini, si regola dall’interno, cioè a partire dalla sostanza morale del singolo e dall’omogeneità della società. D’altra parte, però, se lo Stato cerca di garantire da sé queste forze regolatrici interne, cioè coi mezzi della coercizione giuridica e del comando autoritativo, esso rinuncia alla propria liberalità e ricade – su un piano secolarizzato – in quella stessa istanza di totalità da cui si era tolto con le guerre civili confessionali. La prescrizione di una ideologia dello Stato, così come la rianimazione della tradizione aristotelica della polis o la proclamazione di un ‘sistema oggettivo di valori’ cancellano proprio quella separazione su cui si costruisce la libertà dello Stato” (pp. 68-69).

Questa tesi è stata al centro, tra l’altro, di una successiva discussione, nel 2004, tra il filosofo tedesco Jürgen Habermas e l'allora cardinale Joseph Ratzinger e in generale ha stimolato la rinascita delle discussioni sul rapporto tra religione e sfera pubblica, nelle quali si affrontano essenzialmente due concezioni: da una parte coloro che vedono tale paradosso come la dimostrazione dell’insufficienza delle democrazie liberali, che non possono poggiare su se stesse, ma su qualcos’altro che non risiede nel campo politico (Ratzinger); dall’altro coloro che rivendicano l’autosufficienza dello stato liberale nel contribuire ai presupposti spirituali sui quali si fonda (Häberle). Su tutta questa discussione, si veda l’ampia introduzione di Michele Nicoletti al saggio.

L’autore ha in seguito precisato che, benché lo Stato liberale non possa garantire e creare i suoi presupposti, ciò non significa che non possa far nulla per sostenerli e proteggerli e che la sua neutralità non significa assenza di contenuti e semplice insieme di procedure, dal momento che la competizione in esso tra forze diverse “esige che vi sia unità su un nucleo profondo di decisioni politiche che attengono alla forma stessa di vita di una comunità politica nella sua essenza più profonda e che non possano essere affidate ai giochi delle maggioranze variabili” (p. 24).

Certo, oggigiorno, il rapporto tra religione e sfera pubblica pone nuovi e inediti problemi, per la presenza sempre più massiccia in Europa di una religione, l’Islam, che a differenza di quella cristiana, non ha conosciuto quel millenario processo di separazione tra spirituale e temporale, e che dunque rischia di porsi come un elemento disgregatore, più che come presupposto esterno, dello Stato liberale. Ma questa è un’altra storia.

12 febbraio 2022



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