Presentato qualche giorno fa al teatro Margherita dall’editore e da alcune illustri personalità, questo breve testo postumo del grande intellettuale barese si pone sulla scia dei suoi ultimi libri (L’umiltà del male, Senza il vento della storia), ma anche di testi più remoti (Partita doppia, Approssimazioni. Esercizi di esperienza dell’altro), nel tentativo di “rielaborare un’esperienza sostanzialmente costante: la scoperta del doppio lato delle cose, dell’ambivalenza del mondo, dell’impossibilità di ricondurre le azioni e gli atteggiamenti dell'uomo nelle maglie di una contabilità semplice” (Partita doppia). Questa esperienza dell’ambivalenza del mondo è al centro del testo postumo, però ricondotta alla categoria della contraddizione: “Ogni tentativo di capire non può vivere senza una costante esperienza della contraddizione […] La contraddizione è forse la forma di esperienza più acuta della propria insufficienza e precarietà” (p. 7).
Il testo è interessante e stimolante, ma
non possiamo esimerci da una critica preliminare proprio di questa categoria,
che tra l’altro dà il titolo al libro, in quanto spia di una eredità
hegelo-marxista ancora molto viva nel mondo intellettuale di tale provenienza.
Pensavamo che essa fosse morta e sepolta dopo i colpi letali inferti da Lucio
Colletti in un celebre saggio contenuto in un altro libro laterziano del 1980 (Tramonto dell’ideologia). Il saggio si
chiamava Contraddizione dialettica e non contraddizione
e, sulla scorta di scritti di Kant, Hartmann e Trendelenburg (oltre che di
Aristotele, naturalmente), metteva a fuoco l’errore logico di Hegel, poi
ripreso da Marx e da tutto il marxismo, di confondere contraddizione logica ed
opposizione reale. Senza ripercorrere tutta la minuziosa e inappuntabile
analisi di Colletti, basta riproporre un passo di Nicolai Hartmann: “La
contraddizione appartiene, essenzialmente, alla sfera dei pensieri e dei
concetti. Per ‘contraddire’, bisogna ‘dire’: in buona logica, la contraddizione
presuppone il giudizio. Concetti e giudizi possono contraddirsi […] Ma le cose,
gli avvenimenti, i rapporti reali - a rigore - non lo possono […] Ciò che si
chiama, molto impropriamente, contraddizione nella vita e nella realtà, non è
assolutamente una contraddizione, ma, in verità, un conflitto […] Esso non
somiglia in nulla a una contraddizione, perché il conflitto non oppone A e
non-A, cioè un termine positivo è un termine negativo: oppone, bensì, sempre un
positivo a un positivo. In termini di logica questo rapporto è un rapporto di
contrari anziché di contraddittori” (Hegel
et la dialectique du réel, riportato in Tramonto
dell'ideologia, p. 90).
Nel testo di Cassano non si fa
riferimento alcuno all’analisi logica e filosofica di questa categoria, bensì
la si assume per descrivere cose molto diverse tra loro, che vengono enumerate
esemplificatoriamente nelle pagine 8-10 del testo: 1. “Una prima forma della
contraddizione discende da quello che è stato il filo teorico della nostro
lavoro e dalla spirale relativistica che avvolge dentro di sé la sociologia
della conoscenza: se ogni pensiero è condizionato socialmente, come si può
enunciare la validità condizionata di tale affermazione senza cadere in
ostaggio di una contraddizione?”; 2. quella “inerente al succedersi delle
generazioni, tra l’imprinting originario, le esperienze e i valori della
propria generazione e la consapevolezza, solo in apparenza ovvia e banale, che
ogni generazione ha una impronta originale”; 3. “l’incidenza epistemologica
esercitata dalla differenza di età” che vede contrapporre “ad una gioventù
rivoluzionaria una vecchiaia conservatrice”; 4. “la tensione sempre più acuta
tra il tener fede ai valori e la necessità di apprendere, tra quelli che
pensano che mutare significhi tradire e quelli per i quali invece resistere è
sbagliato e patetico, tra quelli che non apprendono neanche di fronte
all’evidenza contraria e quelli che si adattano a tutto cantandone le lodi”; 5.
“la presenza dentro di noi delle ragioni che ci sfuggivano, l’esistenza delle
ragioni in contrasto”.
Come si vede, solo la prima è l’unica
forma analizzata che si avvicina al significato proprio di contraddizione, col
suo portato anche di paradossi, come quello del mentitore, ma è anche la forma che
Cassano non sviluppa nelle sue analisi successive. Le altre attengono
propriamente a differenze o contrasti di opinioni e ragioni, che possono
riguardare generazioni diverse o età diverse della vita o ragioni diverse che
si possono confrontare dentro di noi o a fronte di problemi imprevisti, oppure
al contrasto tra idee, valori e realtà effettuale. Si avverte in controluce
trattarsi di un bilancio dell’esperienza di una vita di studioso, di militante,
di uomo, nella tensione permanente alla trascendenza, allo sforzo di uscire da
sé e guadagnare un punto di vista superiore e più comprensivo, ma consapevole
che quel punto è pur sempre uno dei tanti e che inoltre “l’universo è grande e
nonostante i progressi della conoscenza rimane circondato da una cornice
indecifrabile” (p. 11). Di qui i richiami a Pascal e Leopardi e quindi anche la
riflessione su Dio.
Pagine stimolanti sono quelle della
critica alla critica, ovvero del riconoscimento dei limiti della critica e
della fascinazione del negativo, di fronte alla quale “occorre ricordare sempre
che distruggere, anche quando viene fatto in modo sofisticato, è un gesto
semplice, costruire è un gesto complesso” (p. 17); quelle su “arbitrario umano”
e “arbitrario divino” (Karamazov) ovvero su ingiustizia e sventura (Shklar);
quelle sull’impossibilità di un’emancipazione totale e del presunto salto dal
regno della necessità al regno della libertà (Marx), ma della possibilità solo
di “un progresso concreto, più o meno graduale, fragile e reversibile, un
processo di liberazione da oppressioni diventate divenute inaccettabili” (p.
32); e molto interessanti anche le
pagine finali sulla globalizzazione, sui rapporti tra economia e politica, tra
capitale e stato, che hanno aperto “ un cleavage
che taglia trasversalmente le classi sociali, contrapponendo i settori che sono
in grado di muoversi agevolmente nel nuovo quadro della competizione globale e
quelli che invece da quest’ultima vengono direttamente colpiti e si sentono
minacciati, tra vincenti e perdenti della globalizzazione, tra il
cosmopolitismo ottimista dei primi e la richiesta di protezione angosciata dei
secondi” (p. 48) e di conseguenza anche la crisi della sinistra che “vede
sempre più divaricarsi i due assi sulla cui convergenza e connessione ha
storicamente costruito la propria identità, da un lato la difesa delle classi
più deboli, dei proletari, degli esclusi, dall’altro l’orizzonte
internazionalista” (p. 49). L’autore comunque ricorda, sulla scorta di Max
Weber, che “la concorrenza è una forma regolamentata della lotta, una forma
pacifica di essa” (lotta che potrebbe invece assumere anche la forma aperta
della guerra), che essa non si impone dall’esterno “ad una natura umana
sostanzialmente pacifica e solidale. La lotta accompagna costantemente
l’esistenza umana, e spetta all’uomo e alla sua maturità di usarla,
controllarla, regolamentarla, evitando che scivoli verso le forme più rovinose.
E’ questo compito di guida che spetta alla politica, che deve tenersi lontana
dalle due opzioni antropologiche contrapposte, quella che assume che l'uomo sia
naturalmente buono e quindi da liberare da ogni vincolo, oppure quella opposta
che assume che l’uomo sia naturalmente cattivo e debba costantemente essere
tenuto sotto controllo […] Alla politica spetta il compito difficile di evitare
di scivolare sia nell'ingenuità utopica che nel realismo cinico” (pp. 56-57).
28 febbraio 2022

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