Questo testo di Winkler, forse il più importante storico tedesco vivente, si compone di sei capitoli, oltre all'introduzione e a un denso saggio introduttivo di Angelo Bolaffi. Il primo dedicato alla rivoluzione fallita del 1848-49. Il secondo alla rivoluzione dall'alto, ovvero alla costruzione del II Reich sotto la ferma guida di Bismarck. Il terzo alla rivoluzione del 1918-19 e alla repubblica di Weimar. Il quarto al III Reich hitleriano. Il quinto alla rivoluzione pacifica del 1989 e alla riunificazione. Il sesto alle prospettive.
Lo storico ripercorre dunque le vicende della rivoluzione del '48-'49, con le controversie sulla soluzione Kleindeutsch (piccolo-tedesca) o Grossdeutsch (grande-tedesca) e sul binomio unità-libertà nel dibattito tra liberali (conservatori o progressisti) e democratici, senza dimenticare i primi vagiti socialisti e comunisti e le analisi di Karl Marx.
Il fallimento della rivoluzione del '48 apre la strada alla "rivoluzione dall'alto" di Bismarck attraverso le guerre dello Schleswig, austro-prussiana e franco-prussiana. Il Reich si profila come una monarchia costituzionale ma non parlamentare, con un assetto istituzionale originale che unisce tratti democratici inediti per il tempo (suffragio universale maschile) e tratti di assolutismo monarchico, nonché un'ambiguità di fondo tra confederazione di stati e stato federale, che sarà risolta solo nel corso dei decenni successivi.
La drammatica sconfitta nella grande guerra aprirà la strada alla rivoluzione del 1918-19, al tentativo di insurrezione spartachista soffocato nel sangue e alla repubblica di Weimar, primo esercizio di democrazia in Germania, ancorché minato dalla crisi economica, dalle riparazioni ai vincitori, dall'affermarsi di forze antidemocratiche di destra e di sinistra. La struttura della Costituzione di Weimar non resse a questa morsa. Come scrisse il grande teorico socialdemocratico Rudolf Hilferding, "voler affermare la democrazia contro una maggioranza che respinge la democrazia, e questo con i mezzi politici di una Costituzione democratica, che presuppone il funzionamento del Parlamentarismo, significa cercare la quadratura del cerchio" (p. 82).
Ecco dunque che, in questa morsa antidemocratica, ad affermarsi è Hitler che, salito al potere per via democratica, nel giro di un anno smantella tutte le istituzioni rappresentative, le opposizioni e gli ostacoli, si impadronisce di ogni potere e dà vita a una delle più criminali forme di totalitarismo, finita poi in tragedia.
Una questione a parte, discussa nel testo, è quella relativa agli effetti modernizzatori paradossalmente determinati dal nazismo in un ambiente ancora segnato da incrostazioni aristocratiche e feudali.
La domanda sottesa al lavoro di Winkler è: come è stata possibile la catastrofe del '33-'45? E perché la Germania, che apparteneva culturalmente all'occidente e ha avuto un ruolo decisivo nella vicenda dell'Illuminismo europeo si è così a lungo opposta ai principi politici liberal-democratici? E per Winkler fu proprio "la distanza storica dei tedeschi dalle idee della democrazia liberale e pluralistica a permettere il successo di Hitler - e con esso la catastrofe che ne seguì" (p. 101).
Come s'è detto, il sesto capitolo è dedicato alla rivoluzione pacifica dell'89-'90: la crisi del socialismo reale, il crollo del muro di Berlino e il processo che portò con una rapidità inimmaginabile all'unificazione della Germania il 3 ottobre 1990, quando "la questione tedesca venne risolta sui tre fronti che avevano sempre preoccupato l'Europa e i tedeschi fin dall'inizio dell'ottocento. In primo luogo, quel giorno fu determinata la posizione geografica della Germania, i suoi confini, cosa vi rientrava e cosa no. Mediante il riconoscimento vincolante della linea Oder-Neisse si risolse anche un altro annoso problema: la questione polacca. In secondo luogo, nel 1990 si realizzò la doppia richiesta - risalente agli anni 1848-49 - di unità e libertà. In terzo luogo, il secondo stato nazionale tedesco, diversamente dal primo, cioè il Reich del 1871, non rappresentò più un problema per la sicurezza europea in virtù della sua appartenenza all'Alleanza atlantica" (pp. 118-19), oltre che la sua condizione di stato nazionale post-classico stabilmente integrato nella comunità europea (ibidem).
Nel capitolo finale Winkler traccia un bilancio storico e storiografico delle rivoluzioni moderne, soffermandosi sui cambiamenti di prospettiva sulla rivoluzione francese e le sue diverse fasi, sulla revisione della visione armonica di essa:"Da tempo non è più considerato sacrilegio sottolineare il carattere protototalitario del potere giacobino, vedendovi una conseguenza del trionfo di Rousseau su Montesquieu" (pp 131-34). Naturalmente anche sulla rivoluzione russa e la sua influenza sui contestuali tentativi abortiti in Occidente.
Infine si focalizza sulle prospettive, non rosee, e sui processi involutivi determinati dai movimenti populisti in America e in Europa e sulle responsabilità delle forze liberaldemocratiche e della sinistra.
In conclusione si può dire che le analisi di Winkler appaiono largamente condivisibili anche se sinteticamente argomentate.
9 agosto 2024

Libro interessante e recensione utile...
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