Avanzando nella lettura del romanzo di Follet, mi è parso utile riprendere in mano il primo romanzo di Eco, che avevo letto quando uscì nel 1980, per tentarne una comparazione, data l’ambientazione medioevale di entrambi.
Naturalmente, a
parte l’ambientazione nello stesso periodo storico (pur se distante
di due secoli, in quanto le vicende del primo si svolgono nell’arco di un
cinquantennio nel XII secolo, mentre quelle del secondo in una settimana di
fine novembre del 1327) e l’analoga mescolanza di vicende storiche reali e
invenzione narrativa, si tratta di romanzi molto diversi: più “popolare” e
accessibile a tutti quello di Follet, narrato in maniera più tradizionale da un
narratore esterno onnisciente, in un arco di tempo più ampio e in un universo
medievale che abbraccia protagonisti di tutti i ceti sociali, vicende,
mestieri, ideali trattati a più ampio raggio; più “colto” e difficile quello di
Eco, che si svolge quasi secondo le unità pseudoaristoteliche di luogo, tempo e
azione, in un universo molto più piccolo, un’abbazia, nel corso di una
settimana, impiegata a dipanare il mistero di alcuni delitti e di un misterioso
libro scomparso, con un narratore interno, ma egli pure onnisciente in quanto
racconta da vecchio le vicende, quando ormai ne conosce l’esito.
Il romanzo di
Follet ruota intorno alla costruzione della cattedrale di Kingsbridge, che,
dopo un primo piano più tradizionale (romanico) di Tom il costruttore, viene edificata tra
terribili traversie e violenze, secondo i nuovi canoni dell’architettura
gotica, primo esempio in Inghilterra, dal figliastro di Tom, Jack. Lo sfondo storico
è costituito dalla guerra civile divampata a seguito della morte di Enrico I, senza
eredi maschi dopo l’affondamento di una nave su cui viaggiava il figlio
Guglielmo, tra Stefano, il nipote, e Matilde, la figlia. La guerra si svolge
con alterne fortune e cambiamenti di fronte di vari esponenti dell’aristocrazia
e del clero. A un livello
sociale più basso, s’intrecciano le avventure del primo protagonista del
romanzo, Tom il costruttore, alla ricerca di lavoro, che vede morire di parto la moglie in una
foresta ed è costretto ad abbandonare il neonato, che però viene salvato e
adottato dai monaci di un piccolo monastero, il cui priore, Philip, diventerà
poi priore di Kingsbridge e svolgerà una funzione decisiva nella storia; la successiva compagna di Tom, Ellen, fuorilegge che vive nella foresta col figlio Jack,
ritenuta da alcuni una strega; la giovane Aliena, figlia del conte di Shiring,
spodestato e condannato perché schieratosi con Matilde, e il fratello di lei
Richard; la perfida famiglia degli Hamleigh, che soppiantano nella contea il
padre di Aliena, che ne aveva rifiutato il giovane rampollo William, il quale
la violenterà davanti al fratello; il prete arrivista, poi vescovo, Waleran
Bigod, al centro di mille trame contro il priore Philip. La conclusione della
narrazione avviene in concomitanza con l’esito di un fatto storico reale, cioè
l’uccisione nella cattedrale di Canterbury, dell’arcivescovo Thomas Becket,
delitto che susciterà una reazione di popolo che piegherà il re Enrico II,
ispiratore dei sicari, lo costringerà al mea culpa e alla penitenza e porterà
sulla forca il perfido William Hamleigh, persecutore di Aliena, di Philip e di
Jack.
Le vicende si
snodano per oltre mille pagine, con una concatenazione avvincente, una
ricostruzione storico-sociologica accurata, che rende plasticamente gli
ambienti, i personaggi, le credenze, gli usi e costumi del tempo, le tecniche
costruttive e produttive, i rapporti tra ceti, i pregiudizi, la violenza e la
pietà, la guerra e la pace, la precarietà della vita e la povertà delle masse,
ma anche la fioritura dei mercati e gli scambi economici, e tanto altro.
Il pregio del
romanzo sta nel plot, che tiene l’attenzione
del lettore per mille pagine con lo snodarsi di storie di due generazioni,
mentre la scrittura non presenta particolari pregi, salvo pochi casi, come il
seguente: “C’erano brandelli di nebbia appesi ai rami degli alberi come il
bucato della povera gente” (p. 505). Si tratta comunque di un best seller che
ha venduto 14 milioni di copie.
Anche il romanzo di
Eco è un best seller, persino più noto, da ben 50 milioni di copie, ma ha una
struttura ben diversa. Innanzitutto è più concentrato nello spazio e nel tempo.
Come è noto, le vicende si svolgono in una settimana in una importante ma non
nominata abbazia benedettina settentrionale, nota per la sua biblioteca, la più
fornita dell’Europa cristiana, collocata in una struttura labirintica e sorvegliata
da un bibliotecario che non consente l’accesso a nessuno, ma fornisce i testi
richiesti, salvo alcuni vietati.
All’abbazia giunge
Guglielmo da Baskerville, un francescano inglese in missione per conto dell’imperatore,
per concordare un incontro tra rappresentanti dei frati minori e la corte
papale avignonese che li accusa di tendenze eretiche. Ma intanto nell’abbazia si
stanno verificando morti drammatiche di frati, non si sa se per suicidio o
assassinio e per quali ragioni. L’abate incarica Guglielmo, noto per le sue
doti inquisitorie, di indagare sui delitti.
Il testo è ricco di cultura letteraria, filosofica, teologica, logica e di rimandi, aperti o indiretti, ad altri libri e autori. Intanto parte dall’uso del topos letterario del ritrovamento di un manoscritto, non si sa se autentico. Poi vari personaggi rinviano o alludono ad altri personaggi famosi della letteratura. A cominciare dal protagonista, Guglielmo da Baskerville, il cui nome allude a Guglielmo di Occam (peraltro citato più volte come amico del nostro), un francescano alle cui concezioni nominalistiche chiaramente si rifà; mentre il toponimo rinvia a Sherlock Holmes (Il mastino dei Baskerville è un famoso romanzo della serie di Conan Doyle). Mille altri indizi conducono a Sherlock, dalla stessa descrizione fisica di Guglielmo all’assunzione di sostanze allucinogene, al medesimo metodo indiziario, all’assistente (equivalente di Watson), il novizio Adso da Melk, che, come Watson, è il narratore delle vicende del protagonista. Naturalmente, far narrare i fatti da un monaco medievale implica la padronanza del linguaggio del tempo e del ceto, delle visioni, dei pregiudizi, della visione del mondo del narratore così lontano. Tutte cose che Eco, semiologo, filosofo e conoscitore profondo del Medioevo, domina con virtuosa maestria.
Un altro evidente
rinvio letterario è quello del sorvegliante cieco della biblioteca labirintica,
Jorge da Burgos, calco trasparente di Jorge Luis Borges, anch’egli direttore cieco
di una biblioteca, nonché scrittore di famosi racconti su biblioteche e
labirinti.
Il romanzo è
costruito magistralmente sia sul versante “giallo” che su quello delle dispute
filosofiche e teologiche, che Eco ovviamente padroneggia senza pari, ancorché con
qualche vistoso difetto. Il primo dei quali è l’esibizionismo virtuosistico
dell’erudizione, che spesso erutta in lunghissime e noiose nomenclature: di
bestiari, di erbe officinali, di eresie, ecc. (vedi per esempio l’elenco di
decine e decine di tipi di bande di vaganti che si trova nella Sesta del Terzo
giorno, o, nello stesso giorno, Dopo Compieta, l’elenco e le vicende delle
eresie e dei seguaci di Fra Dolcino, o, nel Quarto giorno, le lunghe
elucubrazioni di Adso sull’amore con citazioni di numerosi autori e gli elenchi
di animali mostruosi che ne segue, o il racconto del sogno di Adso ispirato
alla Coena Cypriani, con l’esibizione
e il capovolgimento dell’intera storia sacra).
Il secondo è dato dal
fatto che, nonostante la padronanza della cultura filosofica e teologica
medioevale, Eco non riesce ad evitare la contraddizione tra l’esaltazione del
razionalismo aristotelico e la concezione nominalistica, volontaristica ed
empiristica sostenuta da Guglielmo e da Occam. Infatti, da una parte tutto il
libro è un’esaltazione di Aristotele e verte sulla ricerca di un suo testo perduto (il
secondo libro della Poetica).
In una disputa con Jorge, Guglielmo dice a un certo punto: “La nostra ragione è
stata creata da Dio , e ciò che piace alla nostra ragione non può non piacere
alla ragione divina, sulla quale peraltro sappiamo solo quello che, per
analogia e spesso per negazione, ne inferiamo dai procedimenti della stessa
ragione” (Terza del Secondo giorno). E qui sembra di sentire Tommaso d’Aquino!
Dall’altra, riecheggiando Occam, Guglielmo
sostiene concezioni relativistiche e strumentalistiche, la totale e assoluta
libertà divina che esclude che vi sia un ordine nell’universo (“che
offenderebbe la libera volontà di Dio e la sua onnipotenza”, vedi la Notte del
Settimo giorno) e pertanto l’idea dell’inesistenza di sostanza, di leggi, di
cause, e l’utilità della sola conoscenza dell’individuale.
Certo, si potrebbe
dire che queste sono contraddizioni di Guglielmo, ma in realtà dietro Guglielmo
c’è Eco e, come dice Flaubert, “Madame
Bovary c’est moi”.
31 ottobre 2024


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