Confesso: ho un pregiudizio positivo nei confronti di Martino Sgobba, anche perché ogni sua prova mi conferma in esso e nel pregiudizio negativo nei confronti della attuale politica editoriale e nel mercato del libro, che valorizzano autori insulsi e trascurano uno come lui.
Questo è il suo terzo romanzo e ha come
protagonista Marta, una ragazza non più giovane, che vive nell'ombra di
un'esistenza anonima e priva di vitalità, in una grigia periferia barese. Un
prete, don Paolo, che l'aveva già aiutata a trovare qualche saltuario lavoretto
a ore, e un chirurgo, Lorenzo, con cui intesse una breve relazione,
s'interessano a lei e l'aiutano così a venir fuori dall'ombra. I due sono
legati tra loro da antica amicizia e da consuetudine nell'assistenza degli
sfortunati, nonostante la grande differenza di carattere e interessi. Altre due
figure importanti sono proprio quelle di due sfortunati ragazzi, Sabino e
Carlo, affetti da malformazioni o disabilità che finiscono in un caso in
tragedia, nell'altro in una conflittuale accettazione.
Non è un romanzo di formazione, c'è
certo un riemergere a vita significativa di una ragazza in ombra, ma non un
percorso verso una risoluzione. Anche sul piano della coscienza dei
protagonisti, non c'è un percorso unidirezionale, bensì un emergere dall'ombra
e reimmergersi nell'ombra di varie consapevolezze, che illuminano questo o quel
versante del loro animo, con molto non detto o appena accennato, che fa
baluginare una fiammella sulle loro intime verità, ma senza una garanzia di
autentica verità.
La riflessione esistenziale, resa
pregnante dalla solida consapevolezza filosofica dell'autore, non è mai esibita
direttamente ed esplicitamente, ma traspare attraverso i dialoghi ordinari di ordinary people, insomma attraverso la
inconsapevole profondità dei semplici. Questo però non comporta alcuna
corrività o concessione retorica all'innocenza degli ultimi, che, quando è il
caso, sono mostrati nella loro condizione di abietta racaille.
Non manca quasi mai il prete nei
racconti di Sgobba, e comunque il confronto con Dio, la controversia teologica,
sempre stemperata da una sdrammatizzazione ironica, che però non ne seppellisce
la serietà e profondità esistenziale.
Ma la forza della narrazione di Sgobba è
soprattutto nello stile della scrittura, assolutamente originale e
inconfondibile.
Qualche esempio.
"Lorenzo tagliò in due la città,
velocemente, aiutato dai semafori che si limitavano a sbadigli gialli... L'auto
si districò in stradine di case vecchie, con infissi di materiali giovani ma
corrosi da uguale infelicità" (p. 22). "Don Paolo era un uomo
esercitato a entrare con lampade fioche nelle stanze oscure delle persone, a
togliere con prudenza la polvere accumulata sulle cassapanche, prima di
sollevarne i coperchi, vincendo gradualmente la riluttanza dei cardini"
(p. 24). Di frequente Sgobba anima le cose, gli oggetti, gli ambienti: "La
domanda di Marta si sciolse fra le labbra, ma destò la casa che, incuriosita,
trattenne il fiato e attese. L'intermittenza dell'albero si dilatò. Il lume che
rischiarava il salotto sbiancò. I magi tirarono le redini dei cavalli e della
stella cometa, i pastori smisero di sorvegliare il gregge" e, dopo una
risposta elusiva, "la casa si riassopì, delusa; avrebbe voluto ascoltare
un sì o un no, sebbene avesse imparato, come ogni caverna, dimora o reggia, che
il cuore degli uomini non è semplice e batte un codice che non teme i
grimaldelli dei massimi decrittatori di enigmi" (p. 178).
Straordinario il gioco dei destini, che
Paolo e Lorenzo fanno talora come ironico passatempo. È una specie di Spoon River riveduto: epitaffi non per
defunti, ma per viventi di loro conoscenza: "Seppur concepita con amplesso
costretto nella religiosa misura del quanto basta e conseguentemente educata
alla spirituale repressione del corpo, per benigno contrappasso, già in età
ginnasiale, mostrò robusto e anarchico appetito carnale, costringendo i
genitori a vane pratiche esorcistiche. Di bellezza è tuttora adorna, ma di
sensualità declinante e puntellata da plastico soccorso. È da ritenere
verosimile che, prima di generare umoristico sentimento, riuscirà a pensionarsi
in un coniugio di bell'apparenza" (p.154).
Astenersi perditempo, solo buongustai della
lingua.

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