Lo scherzo è la prima importante prova narrativa di Kundera, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, anche perché, pubblicato nel 1967 in Cecoslovacchia, nel '68, dopo la repressione della primavera di Praga il libro fu ritirato dalla circolazione. Nel frattempo era stato pubblicato a Parigi, dove l'autore finì per riparare.
La struttura narrativa è originale: ogni
capitolo ha per titolo il nome del narratore. 4 narratori, che sono anche
protagonisti delle vicende narrate, legati tra loro perché amici o compagni di
partito o amanti, si alternano nel racconto dei fatti narrati, riprendendoli e
sviluppandoli dalla loro prospettiva interpretativa, fino al capitolo finale
che vede avvicendarsi vorticosamente tre protagonisti narratori.
Il titolo del romanzo si riferisce a uno
scherzo del protagonista principale, Ludvík, il quale invia a un'amica priva di
spirito, e ortodossa componente del partito comunista al potere, una cartolina
in cui definisce l'ottimismo "l'oppio dei popoli" e inneggia a
Trotsky. Inutile dire che questa, nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra e
dei processi staliniani, sarà la causa di tutta una serie di sventure,
dall'espulsione dal partito e dall'università al servizio militare in un
reparto di controrivoluzionari sottoposti a lavoro in miniera. I propositi
successivi di Ludvík di vendicarsi di un suo amico che l'aveva sottoposto a
processo sommario, seducendone la moglie, si rivelano fallimentari.
La rievocazione delle convinzioni dei
giovani comunisti cechi è acuta e può essere riconosciuta universalmente:
"L'ebbrezza che vivevamo è generalmente chiamata ebbrezza del potere, ma
(con un po' di buona volontà) potrei trovare parole meno severe: eravamo
stregati dalla storia; ci ubriacavamo dell'idea di essere saltati in groppa
alla storia e di sentirla sotto di noi" (p. 90). Tanto più che a gestire
questa ebbrezza sono dei giovani: "La giovinezza è terribile: è un
palcoscenico dove dei bambini si muovono su alti coturni e nei costumi più
diversi, pronunciando parole imparate a memoria e capite solo a metà, ma alle
quali si abbandonano fanaticamente. E la storia è terribile perché diventa
molto spesso campo da gioco per persone immature [...] per fanatiche folle di
bambini le cui passioni imitate e le cui parti ingenue si trasformano di colpo in
una realtà catastroficamente reale" (p. 109).
Il romanzo non ha una conclusione
ottimistica. Benché le vicende coprano un quindicennio, dal dopoguerra ai primi
anni '60, quando già maturava un nuovo clima, che avrebbe portato alla relativa
liberalizzazione della primavera praghese, la rappresentazione delle nuove
generazioni non è esaltante e la morale è amara: "La maggior parte della
gente si inganna con una duplice fede errata: crede nella memoria eterna (delle
persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella riparabilità (di azioni,
errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene
proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio.
Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto
dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie
saranno dimenticate" (p. 331).
1 settembre 2023

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