martedì 15 ottobre 2024

Milan Kundera
Lo scherzo
Adelphi 1986, pp. 358

Lo scherzo è la prima importante prova narrativa di Kundera, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, anche perché, pubblicato nel 1967 in Cecoslovacchia, nel '68, dopo la repressione della primavera di Praga il libro fu ritirato dalla circolazione. Nel frattempo era stato pubblicato a Parigi, dove l'autore finì per riparare.

La struttura narrativa è originale: ogni capitolo ha per titolo il nome del narratore. 4 narratori, che sono anche protagonisti delle vicende narrate, legati tra loro perché amici o compagni di partito o amanti, si alternano nel racconto dei fatti narrati, riprendendoli e sviluppandoli dalla loro prospettiva interpretativa, fino al capitolo finale che vede avvicendarsi vorticosamente tre protagonisti narratori.

Il titolo del romanzo si riferisce a uno scherzo del protagonista principale, Ludvík, il quale invia a un'amica priva di spirito, e ortodossa componente del partito comunista al potere, una cartolina in cui definisce l'ottimismo "l'oppio dei popoli" e inneggia a Trotsky. Inutile dire che questa, nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra e dei processi staliniani, sarà la causa di tutta una serie di sventure, dall'espulsione dal partito e dall'università al servizio militare in un reparto di controrivoluzionari sottoposti a lavoro in miniera. I propositi successivi di Ludvík di vendicarsi di un suo amico che l'aveva sottoposto a processo sommario, seducendone la moglie, si rivelano fallimentari.

La rievocazione delle convinzioni dei giovani comunisti cechi è acuta e può essere riconosciuta universalmente: "L'ebbrezza che vivevamo è generalmente chiamata ebbrezza del potere, ma (con un po' di buona volontà) potrei trovare parole meno severe: eravamo stregati dalla storia; ci ubriacavamo dell'idea di essere saltati in groppa alla storia e di sentirla sotto di noi" (p. 90). Tanto più che a gestire questa ebbrezza sono dei giovani: "La giovinezza è terribile: è un palcoscenico dove dei bambini si muovono su alti coturni e nei costumi più diversi, pronunciando parole imparate a memoria e capite solo a metà, ma alle quali si abbandonano fanaticamente. E la storia è terribile perché diventa molto spesso campo da gioco per persone immature [...] per fanatiche folle di bambini le cui passioni imitate e le cui parti ingenue si trasformano di colpo in una realtà catastroficamente reale" (p. 109).

Il romanzo non ha una conclusione ottimistica. Benché le vicende coprano un quindicennio, dal dopoguerra ai primi anni '60, quando già maturava un nuovo clima, che avrebbe portato alla relativa liberalizzazione della primavera praghese, la rappresentazione delle nuove generazioni non è esaltante e la morale è amara: "La maggior parte della gente si inganna con una duplice fede errata: crede nella memoria eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate" (p. 331).

1 settembre 2023



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