Di Márai avevo già parlato su queste pagine recensendo Le braci.
La donna giusta è un romanzo con una struttura particolare: si compone di 4 monologhi
(apparentemente dialoghi con un interlocutore però non parlante, o le cui
parole sono riportate di riflesso dal monologante) in qualche modo incatenati,
ma i primi due costituiscono la prima edizione del libro, pubblicato in
Ungheria nel 1941, mentre il terzo fu aggiunto per l'edizione tedesca del '49,
rielaborato e pubblicato con l'epilogo (quarto monologo) nell'edizione
definitiva del 1980, questa di Adelphi.
La vicenda ruota essenzialmente intorno
al doppio matrimonio di un ricco borghese di Budapest, Peter, ma spazia con
profondità sui temi dell'amore, della vita, delle relazioni matrimoniali, della
storia, della guerra, della borghesia, del comunismo, del consumismo, della
cultura.
Il primo monologo è della prima moglie
di Peter, Marika, donna bella e raffinata, di estrazione borghese pure lei, ma
di modesta ricchezza, che racconta a un'amica la storia della relazione con
Peter, la difficoltà di entrare nel suo intimo, la freddezza e il distacco
dell'uomo e della sua asettica educazione altoborghese, la nascita e la morte
del figlio e la scoperta di un amore segreto (ma mai consumato) con la cameriera
di famiglia, una donna di origini poverissime, ma che esercita un fascino
segreto e indecifrabile sul marito. La donna, Judith, affrontata da Marika,
abbandona la casa e va via in Inghilterra. Questo non impedisce il fallimento
del matrimonio e la realizzazione dell'unione di Judith e Peter. Ma anche
questo matrimonio fallisce, sia perché si replicano le stesse difficoltà di
comprensione autentica tra i due, sia perché Judith in realtà odia il marito di
una sorta di sotterraneo odio di classe e lo deruba segretamente.
Il secondo monologo racconta queste
vicende con la voce di Peter, dalla sua prospettiva. Nello sfondo, le vicende
della storia ungherese dalla prima alla seconda guerra mondiale.
Il terzo monologo è quello della seconda
moglie, che ha come interlocutore il suo giovane amante, un batterista
spiantato che lei mantiene, ed è ambientato a Roma, dove lei si era rifugiata
nel dopoguerra per seguire uno scrittore amico di Peter, altro protagonista di
rilievo della vicenda, più che altro per le sue considerazioni esistenziali
sulla borghesia e la cultura. Questo monologo è molto ricco e significativo, ma
ha il limite di porre considerazioni complesse, con un lessico e una sintassi
che riesce difficile riconoscere sulla bocca di un personaggio come Judith,
almeno per come è stata caratterizzata.
L'epilogo è un monologo dell'amante di
Judith, espatriato dall'Ungheria in America, perché si era rifiutato di fare la
spia del partito comunista nel suo ambiente, che ha abbandonato il suo sogno
artistico e ora fa il barista a Manhattan, e che racconta de relato le vicende
di Judith e di Peter, dello scrittore, dell'Ungheria comunista e dell'America
dei consumi di massa. Nel bar incontra anche il vecchio e malandato Peter, con
ciò chiudendo idealmente il cerchio del racconto.
Márai si conferma un grande scrittore,
con una notevole originalità di scrittura (dialoghi apparenti, monologhi con
flusso di coscienza e linguaggio mimetico aderente al personaggio - salvo
l'appunto che abbiamo fatto su quello di Judith), capacità di spaziare su
tematiche esistenziali, storiche, politiche, in maniera mai banale. Sullo
sfondo guerre e dopoguerra, Budapest, Roma, New York.
3 agosto 2023
Nessun commento:
Posta un commento