Ricorre quest'anno il centenario della pubblicazione di questo grande capolavoro di Mann, Der Zauberberg, tradotto da Ervino Pocar col classico titolo dell'edizione Corbaccio e da Renata Colorni con il titolo, forse più letteralmente aderente, de La montagna magica per Mondadori. L'elaborazione del romanzo dura in realtà una dozzina d'anni, s'interrompe per la grande guerra e si completa appunto nel 1924.
La vicenda, ispirata ad una reale
esperienza dell'autore, che aveva visitato per qualche settimana il sanatorio
svizzero di Davos dove era ricoverata la moglie, è quella di un giovane
ingegnere amburghese, Hans Castorp, che si reca in visita a un cugino
ricoverato nel sanatorio di Davos e, a seguito di un esame medico che riscontra
anche a lui la tubercolosi, vi rimane per 7 anni. Dunque lo scenario è
apparentemente statico, non vi si narrano avventure, non c'è una storia con una
trama, il tempo è sospeso, eppure, a suo modo, questo è comunque un romanzo di formazione,
sia pur nei termini di una sublimazione e spiritualizzazione dei romanzi di
avventure.
Le avventure spirituali di Castorp
consisteranno nelle relazioni con il consigliere medico e le riflessioni sulla
malattia e la morte, nella relazione platonica con la russa M.me Chauchat, nel
problematico rapporto con il magnate Peeperkorn, personalità magnetica e fatua
allo stesso tempo, e soprattutto nel complesso rapporto dialettico con le due
opposte personalità di Lodovico Settembrini e Leo Naphta, che si contendono il
suo animo e il suo consenso. Il primo, tipico esponente del liberalismo massone
progressista, laico, illuminista-positivista, democratico; il secondo, un ebreo
convertito, gesuita, mistico, reazionario comunista e antimoderno. Lungi dall'essere
contraddittorie, queste concezioni sono sostenute con logica serrata e
luciferina coerenza e spietatezza da Naphta nel corso degli animati dibattiti
davanti al giovane protagonista e richiamano metaforicamente le tante antinomie
della storia spirituale tedesca, divisa tra intelletto e ragione, tra ragione e
sentimento, tra classico e romantico, tra progresso e decadenza, tra Kultur e
Zivilisation, tra Gemeinschaft e Gesellschaft, ecc..
Uno dei temi centrali dell'opera è
senz'altro il tempo, oggetto costante della riflessione nel corso dell'opera,
riflessione sollecitata dalla grande differenza che nella concezione del tempo
è dato rilevare nel mondo "di lassù" rispetto a quello "di
laggiù" o della "pianura", come viene chiamato con sprezzante
complesso di superiorità dai malati il mondo delle occupazioni ordinarie dei
"sani". Questa centralità del problema del tempo non può non
richiamare alla memoria un altro grande romanzo, altrettanto e ancora più
fluviale, nonché contemporaneo di questo, ovvero la Recherche proustiana, che qui abbiamo recensito volume per volume.
Analoga la caratteristica che vede al centro non tanto vicende e avventure, ma
conversazioni e dibattiti, persino piccoli saggi su vari argomenti; analoga la
complessità del periodare e la capacità di affrontare i temi da molteplici
punti di vista e da prospettive assolutamente originali; analogo lo spirito
ironico, anche se più leggero e segnato dal tipico Esprit da salotto francese quello proustiano, più filosofico quello
manniano.
Meno drammatica la Recherche rispetto alla Montagna,
che incarna invece appieno lo spirito tedesco e che si palesa ad esempio in due
suicidi che si verificano nel sanatorio, forse metafora del doppio suicidio
tedesco, prima con la grande guerra e poi con la repubblica di Weimar.
5 maggio 2024

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