A sentire Sandro Veronesi, curatore
della collana "Americana" del Corriere e prefatore di questo romanzo,
si tratterebbe di un capolavoro della narrazione classica, a differenza del
precedente romanzo dello scrittore, "L'arcobaleno della gravità", che
sarebbe "un precipitato geniale e imperscrutabile di percezioni
apocalittiche apparentemente scollegate tra loro". Minchia, verrebbe da
dire, se questa è narrazione classica, io sono Shakespeare.
È vero, ci sono dei protagonisti, si
parla di loro e di alcune loro vicende, ci sono questi personaggi appartenenti
a una comunità di ex hippies e variamente marginali in una immaginaria contea
della California del nord, Vineland appunto, dove vivono di espedienti, di
assistenza pubblica e coltivazione di canapa, alle prese con la campagna
antidroga scatenata da Reagan. Questo lo sfondo storico-politico. Di qui si
snodano vicende senza capo né coda, tra drogati, disadattati, comunità di
suore-ninja, capaci di mosse straordinarie come la carezza della morte, in
grado di uccidere una persona con una mossa inavvertita dalla vittima ed
efficace a distanza di tempo, maestri zen e di arti marziali, agenti antidroga
fanatici, donne doppiogiochiste e collaborazioniste, comunità di semi-zombie (i cosiddetti
thanatoidi) e così via, vicende senza connessione apparente tra loro, con
flashback e flashforward di cui ci si rende conto appena, tutto come in un
sogno o in un trip da LSD.
Indubbiamente Pynchon sa usare il
linguaggio in modo brillante, un po' come accade nelle sit-com americane, è
enciclopedico e a volte si è tentati di avvicinarlo a Foster Wallace, ma, a ben
vedere, di quest'ultimo manca del tutto la tensione drammatica e la serietà
narrativa. Tutto si tiene su un tono tra l'ironico e l'improbabile, a
cominciare dai nomi (Zoyd, Frenesi, Prairie, Brok Vond, Vato e Blood, e via
nominando) per finire ai luoghi e alle vicende.
No, non mi ha preso e non fa per me.
30 dicembre 2023

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