martedì 12 novembre 2024

Thomas Pynchon
Vineland
Solferino Corriere della sera, pp. 470 

A sentire Sandro Veronesi, curatore della collana "Americana" del Corriere e prefatore di questo romanzo, si tratterebbe di un capolavoro della narrazione classica, a differenza del precedente romanzo dello scrittore, "L'arcobaleno della gravità", che sarebbe "un precipitato geniale e imperscrutabile di percezioni apocalittiche apparentemente scollegate tra loro". Minchia, verrebbe da dire, se questa è narrazione classica, io sono Shakespeare.

È vero, ci sono dei protagonisti, si parla di loro e di alcune loro vicende, ci sono questi personaggi appartenenti a una comunità di ex hippies e variamente marginali in una immaginaria contea della California del nord, Vineland appunto, dove vivono di espedienti, di assistenza pubblica e coltivazione di canapa, alle prese con la campagna antidroga scatenata da Reagan. Questo lo sfondo storico-politico. Di qui si snodano vicende senza capo né coda, tra drogati, disadattati, comunità di suore-ninja, capaci di mosse straordinarie come la carezza della morte, in grado di uccidere una persona con una mossa inavvertita dalla vittima ed efficace a distanza di tempo, maestri zen e di arti marziali, agenti antidroga fanatici, donne doppiogiochiste e collaborazioniste,  comunità di semi-zombie (i cosiddetti thanatoidi) e così via, vicende senza connessione apparente tra loro, con flashback e flashforward di cui ci si rende conto appena, tutto come in un sogno o in un trip da LSD.

Indubbiamente Pynchon sa usare il linguaggio in modo brillante, un po' come accade nelle sit-com americane, è enciclopedico e a volte si è tentati di avvicinarlo a Foster Wallace, ma, a ben vedere, di quest'ultimo manca del tutto la tensione drammatica e la serietà narrativa. Tutto si tiene su un tono tra l'ironico e l'improbabile, a cominciare dai nomi (Zoyd, Frenesi, Prairie, Brok Vond, Vato e Blood, e via nominando) per finire ai luoghi e alle vicende.

No, non mi ha preso e non fa per me.

30 dicembre 2023



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