AA. VV.
Questo
agile libretto, scritto da un team di ricercatori esperti nei vari campi coinvolti
dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, coordinato da Stefano
Quintarelli, esperto di comunicazione e informatica, presidente dell’Advisory group on advanced technologies
per il commercio e l’e-business delle Nazioni Unite(CEFACT), componente del
Gruppo di Esperti di alto livello sull’Intelligenza Artificiale per la
Commissione Europea e presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia
digitale, affronta sinteticamente ma efficacemente le problematiche connesse
all’intelligenza artificiale.
Il
testo è diviso in sei capitoli e una conclusione, che affrontano nell’ordine:
la storia dell’IA, le applicazioni, i grandi temi, l’etica dell’IA, il problema
della fine del lavoro, il quadro giuridico.
Sul
piano storico, ripercorre rapidamente la letteratura che si è occupata di
macchine intelligenti o creature artificiali, da Filone di Bisanzio a Hobbes,
da La Mettrie alla mitologia ebraica del Golem, da Karel Čapek (cui si deve il
termine robot) a Isaac Asimov,
elaboratore delle tre leggi della robotica. Passa poi in rassegna la
cinematografia, da Metropolis a Terminator, da Frankenstein a Blade Runner,
da 2001 Odissea nello spazio a Artificial Intelligence, da Trascendence a Nirvana a Matrix. E quindi
affronta la vera e propria storia scientifica delle macchine intelligenti, alla
rincorsa del tentativo di superamento del test di Turing. Qui è curioso
apprendere che il primo chatbot, Eliza, realizzato nel 1964, simulava una
seduta psicoterapeutica. Un altro, Parry, ideato da uno psichiatra, Kenneth
Colby, implementava un modello di persona affetta da schizofrenia paranoide. I
due chatbot si “incontrarono” e alla fine Eliza richiese un compenso di 399
dollari per la seduta! (pp. 21-22).
E’
noto che la potenza dell’IA è data soprattutto dalla velocità di accesso a una
sterminata quantità di dati, la cui implementazione e produzione diventa
vieppiù enorme. “si stima che siano stati prodotti più dati negli ultimi dieci
anni che nell’intera storia dell’uomo” (p. 35). Ed è altrettanto noto che esistono
due tipi di IA: IA ristretta, utilizzata per affrontare compiti specifici, come
giocare a scacchi o guidare un veicolo, e “IA generale, che indica un sistema
che riesce ad adattarsi in modo autonomo e a risolvere qualsiasi compito gli
venga assegnato, indipendentemente dal contesto di inserimento” (p. 36). Mentre
la prima “è già una realtà che pervade le nostre giornate i nostri spazi, l’IA
generale è ancora un’utopia non raggiungibile, sia per limiti tecnologici che
per mancanza di comprensione del funzionamento di molti meccanismi” (Ivi).
In
ogni caso, si cerca di simulare il funzionamento delle reti neurali. Anche in
questo caso la storia comincia diversi decenni fa, col tentativo di creazione
di neuroni artificiali, col loro uso combinato, il loro training, ecc., che
finisce per consentire una potenza di calcolo inimmaginabile, che consente di
effettuare operazioni molto più rapide e precise degli umani più esperti, anche
in campo medico, per es., con diagnosi più dettagliate e precoci, o nel campo
della traduzione, dell’elaborazione delle immagini, del pilotaggio automatico e
così via.
Ma il
problema che si pone è: può l’IA essere equiparata all’intelligenza umana? Per
quanto in molti casi essa sia molto più performante e potente, tuttavia “ha
poco a che spartire con l’intelligenza come ognuno di noi la intende. E’ un
modo di fare software basato su algoritmi ed elaborazioni statistiche, che
manca totalmente – e non potrebbe essere diversamente – di alcuni aspetti
caratteristici dell’intelligenza umana, come la capacità congiunta di astrarre
e dedurre, di coinvolgere aspetti emotivi, di includere creatività, di essere
autoconsapevole. Con un’affermazione paradossale, qualcuno ha detto che quando
una IA sarà in grado di piangere i propri cari, allora si potrà dire realmente
intelligente” (p. 57). Il tema è complesso e ci ritorneremo sopra in una
prossima recensione al libro di Federico Faggin, Irriducibile.
Uno
dei problemi più significativi e sensibili è naturalmente quello dell’etica dell’IA.
Qui giustamente gli autori cercano di mettere ordine tra cose molto diverse, operando
una distinzione tra Computer ethics
(che comprende riflessioni sulla responsabilità dei programmatori e ingegneri
informatici), Roboetica (volta a promuovere
la produzione di tecnologie robotiche benefiche e allineare l’ingegneria
robotica a standard morali e sociali), Etica
delle macchine (tentativo di dotare i sistemi tecnologici della capacità di
gestire in autonomia situazioni morali in modo soddisfacente) ed Etica dei dati (che si occupa di
identificare e discutere questioni legate alla raccolta dei dati e alla loro
analisi) (cfr. p 82).
Sul
piano etico gli autori affrontano due problemi fondamentali: quello dell’uso e
quello della non-neutralità degli algoritmi (pp. 87 sgg.), imbattendosi nel dilemma
della responsabilità, che sorge quando nessun attore umano può essere ritenuto
responsabile degli effetti causati dal funzionamento dell’IA. A tal proposito
viene introdotto il concetto di controllo umano significativo (MHC, meaningful human control) non senza
trascurare tutto il versante dei dilemmi etici e dei conflitti di valori.
La
questione della mutazione del settore lavorativo in seguito alla rivoluzione
dell’AI è affrontato senza allarmismi. Il titolo del relativo capitolo è indicativo:
La fine del lavoro: una notizia
grossolanamente esagerata, e la tesi è supportata da dati e argomentazioni
piuttosto convincenti.
L’ultimo
capitolo affronta il complesso problema della normazione relativa alla
convivenza tra uomini e software, ai profili della responsabilità giuridica (ad
esempio relativi a una diagnosi automatizzata che causa danni al paziente,
oppure a un incidente causato da un mezzo a guida automatica), suggerendo una
soluzione da articolare tenendo presente le norme che regolano per es. il
settore farmaceutico (p. 134).
In
conclusione, un libretto che spiega efficacemente una significativa
molteplicità di aspetti della natura, delle applicazioni, delle opportunità e
dei problemi dell’IA, senza cedere a semplificazioni banali, ad allarmismi o a
facili entusiasmi, ma prospettando criticità e possibili soluzioni.
8 gennaio 2025

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