Ho riletto il romanzo di Tomasi di Lampedusa (letto 15 anni fa) in occasione della visione della recente serie Netflix e sono andato a rivedere anche il celebre film di Visconti del ’63 in modo da farne una recensione comparativa (distinta da questa del romanzo).
Come è noto, il romanzo rimase inedito vivente l’autore, rifiutato da
Mondadori e da Einaudi, il cui consulente (per entrambe le case editrici) era Elio
Vittorini, e fu pubblicato solo dopo la morte dell’autore, nel 1958, da
Feltrinelli, su suggerimento di Giorgio Bassani, ed ebbe subito un gran
successo di pubblico, al punto da spingere la Titanus a realizzare nel ’63 il
film omonimo diretto da Luchino Visconti. Successo assolutamente meritato,
perché si tratta effettivamente di un grande romanzo, un classico, che come
tale rappresenta molteplici situazioni universali. Infatti, al di là del tema
del trasformismo a cui è legata superficialmente la sua fama (la celebre
espressione di Tancredi “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto
cambi”, p. 33), il romanzo tocca anche ben altre e più interessanti tematiche: ascesa
e declino di una classe, circolazione delle élites, nobiltà e borghesia, Nord e Sud, vecchiaia e giovinezza,
amore e interesse, stanchezza e morte, vanitas.
Lo scenario, come è noto, è l’irruzione dei Mille in Sicilia e la fine dei
Borboni. I primi cinque capitoli narrano le vicende essenziali della famiglia
del Gattopardo, don Fabrizio Corbera, Principe di Salina (che si ispira al
bisnonno dell’autore) con lo sfondo delle vicende politiche siciliane (e
italiane) tra il maggio 1860 e il febbraio 1861. Il capitolo sesto (novembre
1862) è dedicato al famoso ballo al palazzo Ponteleone, il settimo (luglio
1883) alla morte del principe e l’ottavo (maggio 1910) è una sorta di appendice
postuma sulla sorte delle tre figlie zitelle superstiti.
La vittoria dei garibaldini e la rotta dell’esercito borbonico determina,
come si sa, l’emergere di una nuova classe borghese, rozza e famelica (nel
romanzo rappresentata da don Calogero Sedara, padre di Angelica, che andrà in
sposa a Tancredi, nipote del principe), mentre nel campo aristocratico si
assisterà al declino di alcune famiglie e al rapido trasformismo di altre. Tra
queste i Salina, sia pur con differente coinvolgimento: Tancredi (che veramente
è un Falconeri, ma che dopo la morte dei genitori era rimasto un nobile
spiantato perché il padre aveva dilapidato il patrimonio e lui era stato
affidato a don Fabrizio, che peraltro lo stimava più del suo erede) schierandosi
apertamente coi garibaldini, il principe mantenendo contegno di maggiore
coerenza ma assecondando cautamente il nuovo corso. In una significativa
conversazione con padre Pirrone, il gesuita ecclesiastico di casa, il principe
confida la sua strategia politica, ma Pirrone contesta: “In poche parole voi
signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico con i liberali! con i
massoni addirittura, a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che
i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e
malamente divisi fra i caporioni più impudenti; e chi dopo sfamerà le
moltitudini d’infelici che ancora oggi la Chiesa sostenta e guida?” (p.47). Salina
gli risponde con gran senso di classe e di storia: “Viviamo in una realtà
mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la
spinta del mare. Alla Chiesa è stata esplicitamente promessa l’immortalità; a
noi, in quanto classe sociale, no. Per noi un palliativo che promette di durare
cento anni equivale all’eternità. […] E credete voi che se [la Chiesa] potrà in
futuro salvare se stessa con il nostro sacrificio non lo farebbe? Certo che lo
farebbe, e farebbe bene” (pp. 48-49). Parole profetiche.
Si è accennato all’emergere della nuova classe borghese rozza e famelica
rappresentata da don Calogero, tuttavia non bisogna credere che il romanzo si
riduca a una sorta di repulsione aristocratica della rozzezza borghese. Al
contrario, lo sguardo dell’autore indulge con obiettività sui pregi e i difetti
della borghesia e dell’aristocrazia. Salina, con la frequentazione di don
Calogero, comincia ad apprezzarne i meriti e l’intelligenza. “Molti problemi
che apparivano insolubili al Principe venivano risolti in quattro e quattr’otto
da don Calogero” che, privo di tatto e di buone maniere procedeva come un
elefante in linea retta travolgendo tutto e tutti. “Pian piano, quasi senza
avvedersene, don Fabrizio esponeva a don Calogero i propri affari che erano
numerosi, complessi e da lui stesso mal conosciuti, questo non già per difetto
di penetrazione ma per una sorta di sprezzante indifferenza al riguardo di
questo genere di cose, reputate infime, e causata in fondo dall’indolenza e
dalla sempre sperimentata facilità con la quale era uscito dai mali passi con
la vendita di qualche ventina tra le migliaia dei propri ettari” (p. 175-176).
L’indolenza e l’incapacità aristocratica di valorizzare i propri beni, di
concepire il senso degli investimenti e del mercato, a causa della rendita
parassitaria, è ben focalizzata. Ma, d’altro canto, la necessità della nuova
classe di legittimarsi con l’educazione e il raffinamento dei costumi è
delineato fino all’esito estremo del germe della futura decadenza. Don Calogero,
infatti, comincia pure lui, d’altro canto, ad apprezzare le virtù della
nobiltà, le buone maniere, il savoir
faire e “fu da quel momento che si iniziò, per lui ed i suoi, quel costante
raffinarsi di una classe che nel corso di tre generazioni trasforma efficienti
cafoni in gentiluomini indifesi” (p. 179).
Qui par di sentire la versione letteraria della teoria della circolazione
delle élites di Vilfredo Pareto.
Parlando della nobiltà, infatti, l’autore fa dire a padre Pirrone che si tratta
di “un ceto difficile da sopprimere perché in fondo si rinnova continuamente e
perché quando occorre sa morire bene, cioè sa gettare un seme al momento della
fine. Guardate la Francia: si son fatti massacrare con eleganza e adesso son lì
come prima, dico come prima perché non sono i latifondi e i diritti feudali a
fare il nobile, ma le differenze. […] se, come tante volte è avvenuto, questa
classe dovesse scomparire, se ne costituirebbe subito un’altra equivalente: non
sarebbe più basata sul sangue forse, ma che so io … sull’anzianità di presenza in
un luogo o su una pretesa miglior conoscenza di qualche testo presunto sacro”
(p. 261).
Un altro grande tema è quello della refrattarietà meridionale, e in
particolare siciliana, al cambiamento e, di riflesso, la questione meridionale
e il rapporto nord-sud. La sordità del romanzo alla retorica risorgimentale non
deve far pensare minimamente ad una opposta retorica pro-borbonica. Al
contrario, il lungo discorso di Salina, quando rifiuta l’offerta di un seggio
al Senato, è una sconsolata diagnosi dell’immobilismo siciliano. “In Sicilia
non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo
mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi.
Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche
civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna
germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei
bianchi quanto lo è lei, Chevalley,, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure
da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran
parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso” (p. 231). “Il sonno,
caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno
sempre chi li vorrà svegliare […] il nostro aspetto meditativo è quello del
nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana” (p. 232). Le considerazioni
del Principe passano poi dall’antropologia alla geografia e al clima (e qui
sembra di sentire Montesquieu e la sua teoria climatica). “Ho detto i
Siciliani, ma avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima il
paesaggio” che più delle dominazioni straniere “hanno formato l’animo: questo
paesaggio che ignora le vie di mezzo tra la mollezza lasciva e l’asprezza
dannata […] Questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; […]
questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si
lotta con minor successo […] le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire
i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana
prima le une e gli altri crepavano di sete” (p. 234. Tra parentesi, come si
vede, la cosiddetta crisi climatica non è qualcosa di inedito). “Tutte queste
cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità
esteriori e da una terrificante insularità d’animo” (p. 235). Terrificante insularità d’animo, che
splendida espressione!
L’indolenza, la stanchezza, il sonno e fin la morte sono gli spiriti
funerei che circolano nel romanzo in parallelo sul piano personale, del
protagonista, e sociale, della classe nobiliare. Un senso di decadenza e di
ineluttabilità aleggia come una cappa e vien quasi da richiamare il Thomas Mann
dei Buddenbrook, se non fosse che con
ciò ci renderemmo conto del fatto che mentre il Gattopardo è l’epica della decadenza della nobiltà siciliana, il
romanzo manniano, nello stesso periodo, delinea l’epica della decadenza di una
famiglia borghese anseatica: tra Lubecca e Palermo, nello stesso periodo, un
secolo di distanza!
28 marzo 2025

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