venerdì 28 marzo 2025

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Il Gattopardo
Edizione conforme al manoscritto del 1957
Istituto Geografico De Agostini (ed. orig. Feltrinelli 1958), pp. 372.

Ho riletto il romanzo di Tomasi di Lampedusa (letto 15 anni fa) in occasione della visione della recente serie Netflix e sono andato a rivedere anche il celebre film di Visconti del ’63 in modo da farne una recensione comparativa (distinta da questa del romanzo).

Come è noto, il romanzo rimase inedito vivente l’autore, rifiutato da Mondadori e da Einaudi, il cui consulente (per entrambe le case editrici) era Elio Vittorini, e fu pubblicato solo dopo la morte dell’autore, nel 1958, da Feltrinelli, su suggerimento di Giorgio Bassani, ed ebbe subito un gran successo di pubblico, al punto da spingere la Titanus a realizzare nel ’63 il film omonimo diretto da Luchino Visconti. Successo assolutamente meritato, perché si tratta effettivamente di un grande romanzo, un classico, che come tale rappresenta molteplici situazioni universali. Infatti, al di là del tema del trasformismo a cui è legata superficialmente la sua fama (la celebre espressione di Tancredi “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, p. 33), il romanzo tocca anche ben altre e più interessanti tematiche: ascesa e declino di una classe, circolazione delle élites, nobiltà e borghesia, Nord e Sud, vecchiaia e giovinezza, amore e interesse, stanchezza e morte, vanitas.

Lo scenario, come è noto, è l’irruzione dei Mille in Sicilia e la fine dei Borboni. I primi cinque capitoli narrano le vicende essenziali della famiglia del Gattopardo, don Fabrizio Corbera, Principe di Salina (che si ispira al bisnonno dell’autore) con lo sfondo delle vicende politiche siciliane (e italiane) tra il maggio 1860 e il febbraio 1861. Il capitolo sesto (novembre 1862) è dedicato al famoso ballo al palazzo Ponteleone, il settimo (luglio 1883) alla morte del principe e l’ottavo (maggio 1910) è una sorta di appendice postuma sulla sorte delle tre figlie zitelle superstiti.

La vittoria dei garibaldini e la rotta dell’esercito borbonico determina, come si sa, l’emergere di una nuova classe borghese, rozza e famelica (nel romanzo rappresentata da don Calogero Sedara, padre di Angelica, che andrà in sposa a Tancredi, nipote del principe), mentre nel campo aristocratico si assisterà al declino di alcune famiglie e al rapido trasformismo di altre. Tra queste i Salina, sia pur con differente coinvolgimento: Tancredi (che veramente è un Falconeri, ma che dopo la morte dei genitori era rimasto un nobile spiantato perché il padre aveva dilapidato il patrimonio e lui era stato affidato a don Fabrizio, che peraltro lo stimava più del suo erede) schierandosi apertamente coi garibaldini, il principe mantenendo contegno di maggiore coerenza ma assecondando cautamente il nuovo corso. In una significativa conversazione con padre Pirrone, il gesuita ecclesiastico di casa, il principe confida la sua strategia politica, ma Pirrone contesta: “In poche parole voi signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico con i liberali! con i massoni addirittura, a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e malamente divisi fra i caporioni più impudenti; e chi dopo sfamerà le moltitudini d’infelici che ancora oggi la Chiesa sostenta e guida?” (p.47). Salina gli risponde con gran senso di classe e di storia: “Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare. Alla Chiesa è stata esplicitamente promessa l’immortalità; a noi, in quanto classe sociale, no. Per noi un palliativo che promette di durare cento anni equivale all’eternità. […] E credete voi che se [la Chiesa] potrà in futuro salvare se stessa con il nostro sacrificio non lo farebbe? Certo che lo farebbe, e farebbe bene” (pp. 48-49). Parole profetiche.

Si è accennato all’emergere della nuova classe borghese rozza e famelica rappresentata da don Calogero, tuttavia non bisogna credere che il romanzo si riduca a una sorta di repulsione aristocratica della rozzezza borghese. Al contrario, lo sguardo dell’autore indulge con obiettività sui pregi e i difetti della borghesia e dell’aristocrazia. Salina, con la frequentazione di don Calogero, comincia ad apprezzarne i meriti e l’intelligenza. “Molti problemi che apparivano insolubili al Principe venivano risolti in quattro e quattr’otto da don Calogero” che, privo di tatto e di buone maniere procedeva come un elefante in linea retta travolgendo tutto e tutti. “Pian piano, quasi senza avvedersene, don Fabrizio esponeva a don Calogero i propri affari che erano numerosi, complessi e da lui stesso mal conosciuti, questo non già per difetto di penetrazione ma per una sorta di sprezzante indifferenza al riguardo di questo genere di cose, reputate infime, e causata in fondo dall’indolenza e dalla sempre sperimentata facilità con la quale era uscito dai mali passi con la vendita di qualche ventina tra le migliaia dei propri ettari” (p. 175-176). L’indolenza e l’incapacità aristocratica di valorizzare i propri beni, di concepire il senso degli investimenti e del mercato, a causa della rendita parassitaria, è ben focalizzata. Ma, d’altro canto, la necessità della nuova classe di legittimarsi con l’educazione e il raffinamento dei costumi è delineato fino all’esito estremo del germe della futura decadenza. Don Calogero, infatti, comincia pure lui, d’altro canto, ad apprezzare le virtù della nobiltà, le buone maniere, il savoir faire e “fu da quel momento che si iniziò, per lui ed i suoi, quel costante raffinarsi di una classe che nel corso di tre generazioni trasforma efficienti cafoni in gentiluomini indifesi” (p. 179).

Qui par di sentire la versione letteraria della teoria della circolazione delle élites di Vilfredo Pareto. Parlando della nobiltà, infatti, l’autore fa dire a padre Pirrone che si tratta di “un ceto difficile da sopprimere perché in fondo si rinnova continuamente e perché quando occorre sa morire bene, cioè sa gettare un seme al momento della fine. Guardate la Francia: si son fatti massacrare con eleganza e adesso son lì come prima, dico come prima perché non sono i latifondi e i diritti feudali a fare il nobile, ma le differenze. […] se, come tante volte è avvenuto, questa classe dovesse scomparire, se ne costituirebbe subito un’altra equivalente: non sarebbe più basata sul sangue forse, ma che so io … sull’anzianità di presenza in un luogo o su una pretesa miglior conoscenza di qualche testo presunto sacro” (p. 261).

Un altro grande tema è quello della refrattarietà meridionale, e in particolare siciliana, al cambiamento e, di riflesso, la questione meridionale e il rapporto nord-sud. La sordità del romanzo alla retorica risorgimentale non deve far pensare minimamente ad una opposta retorica pro-borbonica. Al contrario, il lungo discorso di Salina, quando rifiuta l’offerta di un seggio al Senato, è una sconsolata diagnosi dell’immobilismo siciliano. “In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley,, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso” (p. 231). “Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare […] il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana” (p. 232). Le considerazioni del Principe passano poi dall’antropologia alla geografia e al clima (e qui sembra di sentire Montesquieu e la sua teoria climatica). “Ho detto i Siciliani, ma avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima il paesaggio” che più delle dominazioni straniere “hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo tra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata […] Questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; […] questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo […] le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete” (p. 234. Tra parentesi, come si vede, la cosiddetta crisi climatica non è qualcosa di inedito). “Tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori e da una terrificante insularità d’animo” (p. 235). Terrificante insularità d’animo, che splendida espressione!

L’indolenza, la stanchezza, il sonno e fin la morte sono gli spiriti funerei che circolano nel romanzo in parallelo sul piano personale, del protagonista, e sociale, della classe nobiliare. Un senso di decadenza e di ineluttabilità aleggia come una cappa e vien quasi da richiamare il Thomas Mann dei Buddenbrook, se non fosse che con ciò ci renderemmo conto del fatto che mentre il Gattopardo è l’epica della decadenza della nobiltà siciliana, il romanzo manniano, nello stesso periodo, delinea l’epica della decadenza di una famiglia borghese anseatica: tra Lubecca e Palermo, nello stesso periodo, un secolo di distanza!

28 marzo 2025



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